Ogni anno, in Italia, molte donne che hanno subito una violenza sessuale affrontano un percorso sanitario complesso e doloroso. Tra i momenti più delicati c’è la raccolta dei campioni biologici, fondamentale per poter identificare un aggressore. Eppure, nella grande maggioranza dei casi, quel materiale – ottenuto tra sofferenza, urgenza e vulnerabilità – finisce per non essere mai esaminato.
Lo rivela una ricerca dell’Università di Torino pubblicata sulla rivista Forensic Science International: Genetics, che ha analizzato 1175 casi trattati dal Centro SVS di Torino nell’arco di vent’anni. Solo 92 volte, poco più del 7%, la magistratura ha disposto un’indagine genetica sui campioni raccolti. In pratica, nove tracce su dieci vengono conservate, ma non utilizzate.
Secondo gli autori dello studio – un gruppo multidisciplinare che coinvolge Università di Torino, AOU Città della Salute, Università del Piemonte Orientale, Polizia Scientifica, RIS di Parma e Centro Antidoping di Orbassano – questi dati mostrano una lacuna sistemica. Le analisi genetiche non sono solo uno strumento per identificare con maggiore precisione un aggressore, ma anche per scagionare persone ingiustamente sospettate.
Gli strumenti non mancano. Dal 2017 è operativa la Banca Dati Nazionale del DNA, che permetterebbe di collegare campioni provenienti da casi diversi e accelerare le indagini. Eppure, viene utilizzata solo per il 25% dei profili genetici che potrebbero entrarvi, secondo quanto rilevato nella ricerca. Lo studio identifica alcune condizioni in cui la magistratura tende più spesso ad autorizzare i test genetici. Ad esempio, quando l’aggressione è avvenuta da poche ore, quando la vittima riferisce un’eiaculazione o quando l’autore è sconosciuto.
Ma i dati mostrano che un profilo genetico utile può emergere anche in condizioni ritenute tradizionalmente sfavorevoli: senza presenza di sperma, con uso di preservativo o persino dopo che la vittima si è lavata. Questo significa che molte potenziali prove vengono scartate sulla base di criteri non sempre supportati dall’evidenza scientifica.
«Nonostante gli enormi sforzi degli operatori sanitari e le comprensibili aspettative delle vittime, l’indagine genetica rimane uno strumento poco valorizzato», spiegano la ricercatrice Alessia Riem e il professor Carlo Robino, rispettivamente prima autrice e coordinatore del lavoro.
La ricerca, sottolineano, offre indicazioni utili per aggiornare protocolli e prassi, aiutando i centri sanitari e gli organi giudiziari a decidere con maggiore consapevolezza quando avviare un’indagine genetica. E richiama l’urgenza di sfruttare appieno la Banca Dati Nazionale del DNA, una risorsa che può essere decisiva anche a distanza di molti anni. Il quadro che emerge è duplice: da una parte il sistema sanitario che raccoglie correttamente i campioni, dall’altra un sistema giudiziario che raramente li valorizza. Colmare questo divario – avvertono i ricercatori – significherebbe non solo migliorare l’efficacia delle indagini, ma anche dare una risposta concreta alle vittime, riconoscendo il valore delle procedure che accettano di affrontare.
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Violenza sessuale: il 90% dei campioni biologici raccolti non viene analizzato
di Redazione
2 minuti
14/12/2025
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Aggiornato il 12/10/2025