Limitare l’accesso al denaro, controllare ogni spesa, impedire a una persona di lavorare o appropriarsi delle sue risorse. Non sempre la violenza lascia segni visibili, ma può incidere profondamente sulla libertà e sull’autonomia individuale. È il caso della violenza economica, una forma di abuso ancora poco riconosciuta ma ampiamente diffusa, come emerge da una nuova ricerca condotta dal Gruppo Sella e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Lo studio, realizzato dall’Unità di Ricerca in Psicologia Economica del campus di Milano e sostenuto da Banca Sella e Fabrick, ha coinvolto un campione rappresentativo di 2.000 persone distribuite su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo era duplice, sia misurare la diffusione del fenomeno in Italia che individuare i fattori che ne aumentano o riducono il rischio.
I risultati delineano un quadro preoccupante. Il 15% degli italiani adulti (pari a circa 7,7 milioni di persone) dichiara di aver subito episodi di violenza economica. Ma il dato più allarmante emerge quando si analizzano i comportamenti concreti. La quota di persone coinvolte sale al 22%, segnalando che molti casi restano non riconosciuti o non dichiarati.
All’interno di questo gruppo, circa 6,5 milioni di individui si trovano in una condizione di rischio medio o elevato senza esserne consapevoli. Un elemento che conferma quanto la violenza economica sia spesso invisibile, anche per chi la subisce.
La ricerca individua tre principali modalità attraverso cui si manifesta questa forma di violenza. La prima è il controllo economico, che comprende la limitazione dell’accesso al denaro, il monitoraggio delle spese e la richiesta continua di giustificazioni. La seconda è il sabotaggio economico, che si traduce nell’ostacolare opportunità di lavoro o formazione, compromettendo l’indipendenza della vittima. Infine, lo sfruttamento economico, che consiste nell’appropriarsi delle risorse altrui o nell’imporre obblighi finanziari non condivisi.
Questi comportamenti hanno un effetto cumulativo. Riducono progressivamente l’autonomia della persona, creando una condizione di dipendenza che rende difficile sottrarsi alla relazione abusante.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la violenza economica non riguarda solo le relazioni di coppia. È vero che nel 54% dei casi gli autori sono partner o ex partner, ma una quota significativa, il 35%, si verifica all’interno delle relazioni tra genitori e figli.
Questo dato amplia la prospettiva sul fenomeno, evidenziando come le dinamiche di controllo economico possano attraversare l’intero sistema familiare. La violenza economica, dunque, non è solo una questione di genere o di coppia, ma un problema relazionale più ampio.
L’analisi dei dati mostra che alcuni gruppi sono più esposti. Tra i più vulnerabili figurano le persone disoccupate (24%), quelle tra i 35 e i 44 anni (22%), chi ha un reddito basso (20%) e chi vive senza un partner stabile (19%). Tuttavia, lo studio sottolinea che questi fattori non sono cause dirette, ma condizioni che aumentano la probabilità di trovarsi in situazioni di vulnerabilità .
Più rilevanti risultano, invece, i fattori psicosociali, in particolare gli stereotipi di genere. La percezione che le donne siano meno competenti nella gestione del denaro emerge come un elemento chiave. Non solo aumenta il rischio di subire violenza economica, ma può anche favorire comportamenti abusivi.
Se esistono fattori di rischio, esistono anche fattori di protezione. Tra questi, il più importante è la competenza finanziaria percepita, cioè la fiducia nelle proprie capacità di gestire il denaro. Tra le persone che si sentono poco competenti in ambito finanziario, il 27% dichiara di aver subito violenza economica, contro una media del 15%. Al contrario, tra chi ha maggiore fiducia nelle proprie competenze, la percentuale scende al 12%.
Questo suggerisce che l’educazione finanziaria non è solo uno strumento tecnico, ma un elemento fondamentale di empowerment. Rafforzare le competenze economiche significa aumentare l’autonomia e ridurre la vulnerabilità . Nonostante la sua diffusione, la violenza economica resta poco conosciuta. Il 46% degli italiani dichiara di non averne mai sentito parlare e solo il 10% è in grado di identificarne correttamente tutte le forme.
Eppure, quando il fenomeno viene spiegato, viene percepito come grave, anche se meno di altre forme di violenza. Questo scarto tra percezione e realtà contribuisce a mantenere il problema nell’ombra.
Un altro dato significativo riguarda le reazioni delle vittime. Quasi la metà non intraprende alcuna azione. Quando lo fa, si rivolge principalmente a reti informali come familiari e amici, mentre il ricorso a servizi strutturati resta limitato.
Nonostante le criticità , lo studio evidenzia anche segnali positivi. Quasi il 90% degli italiani esprime il bisogno di ricevere più informazioni e strumenti per riconoscere e affrontare la violenza economica. Tra le iniziative ritenute più utili emergono le campagne di sensibilizzazione, l’introduzione di numeri verdi dedicati e i programmi di educazione finanziaria. In particolare, i giovani mostrano un forte interesse per strumenti e percorsi formativi promossi anche da istituzioni finanziarie.
I risultati della ricerca indicano chiaramente che la violenza economica non è solo un problema individuale, ma una questione culturale. Contrastarla significa migliorare l’accesso alle informazioni, rafforzare le reti di supporto e promuovere un cambiamento nei modelli culturali che legittimano il controllo economico.