È possibile modificare il modo in cui guardiamo ai detenuti semplicemente vivendo, per pochi minuti, un’esperienza che richiami le condizioni della reclusione? Secondo una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca, la risposta è sì. Uno studio pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior mostra, infatti, che una breve esperienza immersiva all’interno di una cella carceraria, sia ricreata con la realtà virtuale sia in un ambiente fisico, può aumentare l’empatia e contribuire a ridurre il pregiudizio nei confronti di chi vive in carcere.
La ricerca, realizzata dai ricercatori del Mind and Behavior Technological Center (MIBTEC) del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, affronta un tema centrale della psicologia sociale cioè comprendere come nascono gli stereotipi e quali strumenti possano favorire atteggiamenti più inclusivi verso gruppi fortemente stigmatizzati.
Le persone detenute rappresentano, infatti, uno dei gruppi maggiormente esposti all’esclusione sociale. Lo stigma non termina con la fine della pena, ma continua spesso a influenzare l’accesso al lavoro, alla casa e alle relazioni sociali, rendendo più difficile il percorso di reinserimento nella comunità .
«Il carcere è una delle forme più estreme di esclusione istituzionale», spiega Marco Marinucci, docente dell’Università di Milano-Bicocca e Senior Research Associate presso la University of East Anglia. «Se vogliamo parlare seriamente di riabilitazione e reinserimento, dobbiamo anche capire come la società guarda alle persone detenute. Ridurre il pregiudizio non riguarda soltanto gli atteggiamenti individuali, ma anche le condizioni che possono favorire o ostacolare il ritorno alla vita sociale».
L’obiettivo dello studio non era simulare in modo realistico l’intera esperienza della detenzione, impresa impossibile in pochi minuti, ma verificare se fosse sufficiente riprodurre la sensazione di essere esclusi dalla società , uno degli aspetti psicologici fondamentali del carcere.
Per farlo, i ricercatori hanno realizzato due esperimenti distinti. Nel primo hanno coinvolto 138 partecipanti, invitati a indossare un visore di realtà virtuale. Alcuni sono stati immersi in una ricostruzione tridimensionale di una cella carceraria, altri in un semplice monolocale. Il confronto tra i due ambienti ha permesso di valutare gli effetti psicologici specifici dello spazio detentivo rispetto a un ambiente neutro.
Il secondo esperimento ha coinvolto 93 persone all’interno di Extrema Ratio, un’installazione ospitata presso BiM Bicocca in occasione del decennale del Polo Penitenziario dell’Università di Milano-Bicocca. L’installazione riproduceva fedelmente una cella di 8 metri quadrati del carcere milanese di San Vittore, utilizzando arredi autentici. La struttura era stata realizzata in legno dalle persone detenute nel laboratorio di falegnameria del carcere di Bollate, nell’ambito di un progetto promosso da Caritas Ambrosiana in collaborazione con l’Ateneo.
Anche in questo caso i partecipanti sono rimasti da soli nella cella per alcuni minuti, permettendo ai ricercatori di osservare gli effetti psicologici di questa breve esperienza immersiva.
I risultati dei due studi sono stati sorprendentemente coerenti. Sia la simulazione virtuale sia quella fisica hanno aumentato la percezione soggettiva di esclusione sociale nei partecipanti. Questo vissuto si è tradotto in una maggiore empatia verso le persone detenute e, soprattutto, in una riduzione del pregiudizio nei loro confronti. L’effetto più evidente ha riguardato quella che gli psicologi definiscono empatia emotiva, cioè la capacità di sentirsi coinvolti dalla sofferenza di un’altra persona. Più i partecipanti sperimentavano, anche solo simbolicamente, il senso di isolamento evocato dalla cella, maggiore risultava la loro disponibilità a comprendere la condizione dei detenuti.
Lo studio offre anche indicazioni interessanti sull’impiego delle tecnologie immersive. Sebbene la ricostruzione fisica abbia prodotto effetti più intensi su alcune variabili psicologiche, anche la realtà virtuale ha mostrato risultati molto simili. Questo suggerisce che i visori immersivi potrebbero diventare strumenti efficaci e facilmente replicabili per attività di formazione, sensibilizzazione e ricerca, consentendo di raggiungere un numero molto più elevato di persone rispetto alle installazioni fisiche.
I ricercatori sottolineano che il valore della realtà virtuale non risiede semplicemente nella possibilità di mostrare un ambiente diverso, ma nella capacità di attivare specifici processi psicologici. Quando un’esperienza immersiva riesce a far sperimentare, anche solo in parte, il senso di esclusione vissuto da un gruppo sociale marginalizzato, può ridurre la distanza emotiva che spesso alimenta stereotipi e discriminazione.
Naturalmente, pochi minuti in una simulazione non possono riprodurre la complessità della vita in carcere né sostituire il confronto diretto con le persone detenute. Tuttavia, i risultati mostrano come esperienze controllate e di breve durata possano modificare il modo in cui interpretiamo la realtà sociale e favorire atteggiamenti più empatici.
La ricerca si inserisce in un filone sempre più ampio che esplora il potenziale delle tecnologie immersive nelle scienze sociali e cognitive. Oltre all’ambito educativo, strumenti come la realtà virtuale potrebbero trovare applicazione nella formazione di operatori sanitari, insegnanti, forze dell’ordine e professionisti che lavorano con persone vulnerabili, contribuendo a sviluppare una maggiore consapevolezza delle condizioni di esclusione e delle loro conseguenze psicologiche.
Articoli
Pochi minuti in una cella simulata per ridurre il pregiudizio verso i detenuti
di Redazione
4 minuti
29/07/2026
Riproduzione Riservata © 2024 Scitizenship
Aggiornato il 07/29/2026