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Ecco perché il discorso di Elisabetta Franchi cavalca il trend di declino demografico del nostro Paese

di Redazione

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Il secondo rapporto del Dipartimento per le politiche della famiglia del Governo italiano sul tema “Demografia e Covid-19” dipinge un quadro drammatico. L’Italia, infatti, ha registrato un record negativo del saldo demografico, battendo il precedente del 1918, quando la Grande Guerra e l’influenza spagnola imperversavano in Europa. Di questo e di altri temi inerenti la demografia e la sociologia del lavoro abbiamo parlato con Francesco Giudici, Phd in sociologia e responsabile del Settore Società (SOC) all’Ufficio di statistica del Cantone Ticino (Svizzera).

L’andamento del saldo demografico riscontrato in Italia è drammatico. Secondo lei, è in linea con gli altri Paesi occidentali o presenta delle particolarità?

«L’Italia, assieme ad altri paesi del sud Europa come la Spagna, presenta una bassa fecondità. Anche nel Canton Ticino si ha un andamento più simile all’Italia rispetto al resto della Svizzera. Questo è collegato a fattori culturali, che influiscono sulla volontà delle coppie di voler mettere al mondo un figlio, e a fattori strutturali, come quelli economici o di assistenza all’infanzia, ad esempio la carenza e nel costo elevato di posti negli asili nido. La questione dei salari è ovviamente l’elefante nella stanza della scelta di fare un figlio.

Anche i fenomeni congiunturali andranno a impattare sul desiderio di mettere al mondo dei figli perché aumenterà l’incertezza lavorativa dovuta alla pandemia e, ora, alla guerra. Bisogna poi dire che il bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti non aiuta. Infatti, la tendenza al sensazionalismo e la continua ricerca di una narrazione catastrofica necessaria per vendere i giornali stessi inficiano sulla salute mentale delle persone e sull’idea di futuro che ci facciamo; questi fattori possono avere un impatto negativo ulteriore sull’idea di mettere al mondo un figlio, o anche solo nel rimandare a tempi migliori».

Partendo dal suo articolo “Avere o non avere un figlio”, ci può spiegare, in termini comprensibili a chiunque, cosa influenza queste scelte?

«Se si chiede a dei giovani con meno di 30 anni in coppia quanti figli desidera avere, la risposta sarà due o più. Poi però sono altri i fattori che portano a non averne. Innanzitutto, la questione economica, perché un figlio ha costi elevati, e poi la questione lavorativa, perché non sempre è possibile disporre di una custodia esterna all’ambito familiare e, a volte, anche di una interna: non sempre i nonni sono disponibili o abitano vicino. Con l’entrata in massa delle donne nel mondo del lavoro la famiglia “tradizionale”, con la madre che ci occupa esclusivamente del bambino, non è più l’unica presente e molte madri riprendono il lavoro immediatamente alla fine del congedo. Per questo motivo la possibilità di conciliare vita professionale e vita da genitore è per alcuni un prerequisito importante per fare il passo e diventare mamma o papà.

Un’altra questione che impatta sulla decisione di fare un figlio è la tendenza che si riscontra negli ultimi anni di vivere da soli: a volte anche le persone con una relazione decidono, infatti, di adottare il cosiddetto living apart together, cioè i componenti della coppia conservano il proprio domicilio non andando a convivere. Vi sono poi le coppie che pur convivendo non hanno figli, sia perché decidono di non averne, sia perché dando maggiore importanza alla carriera professionale o ad altre sfere di realizzazione personale e superano l’età soglia alla quale si diventa genitori.

Anche il fatto che si vive più lungo contribuisce ad aumentare il numero delle economie domestiche composte da una sola persona, perché aumenta il numero dei vedovi. Al netto di questo, c’è anche un aumento della quantità di single e questo è pure un altro fattore che contribuisce a spiegare il calo delle nascite».

Lei ha scritto quanto l’instabilità lavorativa abbia conseguenze negative sulla salute psicologica delle persone. Ci spieghi meglio.

«In questo lavoro con Davide Morselli abbiamo dimostrato come sull’arco dei primi 20 anni di lavoro nel mondo del lavoro le cosiddette carriere volatili, quindi caratterizzate da una serie di contratti a durata determinata e altre forme di lavoro temporaneo, lughi periodi di disoccupazione , aiuto sociale e inattività o lavoro a tempo parziale, potessero impattare negativamente sulla psicologia delle persone, sviluppando in queste frequenti episodi di burnout e altri problemi di salute mentale, indipendentemente dal livello di istruzione da cui partivano.

Questi percorsi professionali portano, infatti, alla continua incertezza che rende impossibile pianificare la vita privata e, di conseguenza, diventare genitori, sia per questioni economiche, che per questioni legate alla gestione del tempo, che diventano complessi nei lavori atipici. Questo tipo di carriere porta a sviluppare delle fragilità, le quali hanno un impatto sul lavoro e sulla vita privata, rischiando di cadere in un circolo vizioso senza mai trovare una stabilità lavorativa. Impieghi stabili e i percorsi professionali “standard”, invece, riducono le incertezze, almeno sul piano della stabilità economica, nella gestione del tempo e sulla sicurezza relativa al posto di lavoro, ma sono sempre più rari».

Un altro tema trattato nella sua ricerca è quello delle disparità salariali. Quanto profonda, radicata e trasversale è questa differenza?

«Gli svantaggi delle donne nel mondo del lavoro non sono presenti sono a livello di salario, ma anche nelle relazioni d’impiego; le donne, e in particolare le madri, lavorano più spesso a tempo parziale e sono più spesso degli uomini sottoccupate, vale a dire che alcune desiderano aumentare il tempo di lavoro ma il loro datore di lavoro non glielo permette.

Nonostante vi sia una diminuzione generale del gap, la divergenza legata all’invecchiamento di una determinata coorte resta costante con il susseguirsi delle generazioni, nel momento in cui uomini e donne diventano genitori. In altre parole, in concomitanza con l’arrivo dei figli, il divario di salario tra uomini e donne continua a divergere allo stesso modo. Questo spiega anche il divario salariale tra uomini e donne e i percorsi molto diversi tra padri e madri: se la maggior parte dei padri continua a lavorare a tempo pieno, o con un tempo parziale elevato, le madri hanno percorsi lavorativi molto diversi a partire dal momento della nascita del primo figlio. Nella mia ricerca ho dimostrato come siano le madri con maggiori risorse economiche, sociali e culturali e lavorare a tempo pieno anche dopo la nascita del primo figlio; ad esempio sono le madri con un reddito più elevato ad avere maggiori risorse finanziarie per pagare un asilo nido e potersi coì permettere di tornare al lavoro alla fine del congedo maternità senza grosse interruzioni della carriera professionale».



Francesco Giudici ha conseguito il Dottorato in Sociologia nel 2011 all’Università di Losanna. Concluso il Postdoc alla Columbia University di New York, è responsabile del Settore Società (SOC) all’Ufficio di statistica del Cantone Ticino (Svizzera).

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