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Perché alcune persone continuano a prendere decisioni sbagliate?

di Redazione

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05/02/2026

Alcune persone continuano a fare scelte inefficaci anche quando l’esperienza dimostra che ci sono alternative migliori. Perché? È una domanda che riguarda tutti, dalla vita quotidiana ai comportamenti più complessi, e che ha spinto un gruppo di neuroscienziati dell’Università di Bologna, attivi al Campus di Cesena, a indagare i meccanismi alla base delle decisioni umane. Lo studio, pubblicato su The Journal of Neuroscience, rivela come alcuni individui restino ancorati a segnali ambientali legati al passato, anche quando questi non indicano più la via migliore.

«La nostra indagine ci permette di comprendere meglio perché alcune persone sono più vulnerabili a comportamenti disfunzionali come le dipendenze, le compulsioni o altre difficoltà di controllo delle scelte», spiega Sara Garofalo, professoressa al Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari” e autrice senior dello studio. «Alcuni segnali ambientali, come luoghi, oggetti o situazioni specifiche, possono continuare a esercitare una forte influenza anche quando sono associati a conseguenze negative».

Gli studiosi hanno spiegato che il cervello umano si affida a due sistemi di apprendimento principali. Da un lato c’è l’apprendimento basato sull’esperienza diretta, che permette di capire quali azioni portano a risultati positivi. Dall’altro, esiste l’apprendimento guidato dai segnali anticipatori, cioè stimoli ambientali – come immagini, suoni o oggetti – che indicano l’arrivo di una ricompensa. Normalmente, questi due sistemi lavorano insieme, rendendo il processo decisionale efficace. Quando però i segnali anticipatori continuano a catturare l’attenzione anche dopo aver perso il loro valore informativo, possono sorgere problemi.

Per esplorare questo fenomeno, i ricercatori hanno condotto un esperimento con sessanta persone utilizzando una slot machine virtuale. In diverse fasi, i partecipanti imparavano ad associare alcune immagini a risultati vincenti e, successivamente, a collegare la vincita a specifiche azioni. Nell’ultima fase, le immagini precedentemente associate alla ricompensa comparivano ancora, ma non influenzavano più le probabilità di vittoria. I risultati hanno mostrato due profili decisionali distinti: i goal-trackers, persone che si affidano principalmente all’esperienza diretta, e i sign-trackers, persone che tendono a fissarsi sui segnali predittivi.

«Quando i segnali predittivi non erano più rilevanti, i sign-trackers commettevano più errori rispetto ai goal-trackers», spiega Giuseppe di Pellegrino, professore al Dipartimento di Psicologia e coautore dello studio. «Il problema non è che queste persone si fidino troppo dei segnali, ma che faticano ad aggiornare rapidamente il loro valore quando la situazione cambia. Continuano a comportarsi come se certi stimoli fossero ancora significativi, anche quando non lo sono più».

In altre parole, il problema non è ignorare l’esperienza, ma rimanere bloccati in schemi mentali legati a stimoli ormai superati. Questo meccanismo potrebbe aiutare a comprendere meglio fenomeni come la dipendenza da sostanze o altri disturbi comportamentali, aprendo la strada a strategie di intervento più mirate per queste persone.

«Non siamo tutti uguali nel modo in cui apprendiamo dal mondo», sottolineano i ricercatori. «Alcuni restano ancorati a segnali del passato, mentre altri si adattano più rapidamente alle nuove informazioni. Capire questi meccanismi è fondamentale per promuovere comportamenti più adattivi e prevenire scelte disfunzionali».

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Aggiornato il 02/09/2026

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