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L’IA svela antichi insediamenti in Iraq grazie ai satelliti spia degli anni ’60

di Redazione

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18/09/2025

Quattro siti archeologici mai individuati prima sono stati scoperti in Iraq grazie a un sistema di IA sviluppato all’Università di Bologna. La novità non sta solo nella potenza dell’IA, ma anche nella fonte dei dati, cioè immagini satellitari in bianco e nero del programma di spionaggio statunitense CORONA, scattate negli anni Sessanta e oggi rese disponibili alla ricerca scientifica.

Il risultato, pubblicato sulla rivista PLOS ONE, nasce dalla collaborazione tra informatici e archeologi. «Il modello di deep learning che abbiamo messo a punto ha dimostrato non solo un livello elevatissimo di accuratezza, intorno al 90%, nel localizzare la presenza di siti archeologici a partire da immagini satellitari, ma anche la capacità di scoprire nuovi punti di interesse archeologico finora sconosciuti», spiega Marco Roccetti, professore al Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria.

Il lavoro si è concentrato sull’area di Abu Ghraib, nei pressi di Baghdad, una regione mai esplorata sistematicamente dagli archeologi e profondamente trasformata negli ultimi decenni dall’urbanizzazione e dalle attività agricole. «Abbiamo addestrato il sistema non solo con le più recenti immagini satellitari, ma anche con quelle della stessa regione scattate negli anni ’60 dai satelliti spia statunitensi», racconta Nicolò Marchetti, professore di archeologia orientale al Dipartimento di Storia Culture Civiltà. «Grazie a queste foto storiche è stato possibile recuperare tracce che oggi non sono più visibili sul terreno: circa la metà dei siti ancora esistenti mezzo secolo fa è ormai quasi del tutto distrutta».

La combinazione tra vecchie immagini e nuove tecniche di analisi ha permesso di far riemergere dall’oblio quattro insediamenti umani, invisibili agli strumenti tradizionali. L’IA non sostituisce il lavoro degli archeologi, ma lo potenzia. Filtra enormi quantità di dati e segnala aree di interesse, lasciando agli esperti il compito di valutare e validare le scoperte sul campo.

«Non è la prima volta che l’IA suggerisce agli esperti sguardi inediti su fenomeni naturali facendo emergere significati inattesi», sottolinea Roccetti. «In questo caso il risultato è straordinario: facilita e arricchisce il lavoro degli archeologi e apre nuove prospettive di indagine, anche in connessione con altre tecnologie di rilevamento del territorio».

Lo studio, intitolato AI-ming backwards: Vanishing archaeological landscapes in Mesopotamia and automatic detection of sites on CORONA imagery, porta la firma di Alessandro Pistoia e Marco Roccetti del Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria, insieme a Valentina Orrù e Nicolò Marchetti del Dipartimento di Storia Culture Civiltà. È un esempio di come il dialogo tra discipline, unito al recupero di dati storici, possa restituire nuove tracce del passato e contribuire alla tutela del patrimonio archeologico.

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Aggiornato il 09/08/2025

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