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«La violenza psicologica esiste e può fare molti più danni di quella fisica»

di Redazione

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La violenza contro le donne continua ad essere un fenomeno estremamente preoccupante in tutto il mondo. Sono 88, dall’inizio dell’anno, le donne vittime di femminicidio in ambito familiare e affettivo In Italia, secondo il report presentato dalla Direzione centrale della Polizia criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma. A questo si aggiungono le vittime di altra tipologia di violenza, ad esempio quella psicologica, in continua crescita. Quali sono gli effetti che una qualsiasi violenza provoca sulla psiche delle donne che la subiscono? In che modo è possibile accorgersi di esserne vittime e perché è importante denunciare? Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Eliana D’Ascoli, psicologa volontaria del Telefono Rosa.



Nel giorno dedicato alla lotta alla violenza contro le donne, partiamo da una domanda di rito: quando e perché ha deciso di entrare a far parte del Telefono Rosa, in qualità di psicologa volontaria?
«Sono entrata a far parte del Telefono Rosa nel 2006, con un tirocinio post lauream, spinta dalla curiosità di imparare di più su una tematica che mi interessava molto, ma di cui conoscevo poco. Dopo un anno di tirocinio, sono diventata psicologa volontaria e ho iniziato a fare consulenze per le donne vittime di violenza. Oggi, oltre al mio turno da volontaria, mi occupo anche di formazione all’interno delle scuole elementari, medie e superiori, con sportelli d’ascolto, di formazione nelle aziende, con un programma di prevenzione sulla violenza contro le donne, e mi sono occupata anche di formazione negli ospedali per il triage di pronto soccorso. Inoltre, sono stata per sette anni responsabile di una casa rifugio del Telefono Rosa su bando comunale».



Entriamo nel merito: si parla sempre e molto più spesso di violenza fisica, ma ne esiste anche una psicologica. Quali sono le caratteristiche di entrambe?
«È vero, la violenza psicologica esiste e fa molti più danni di quella fisica. La violenza può essere fisica, psicologica, sessuale, economica; poi ci sono le molestie e i ricatti sessuali, le vittime di tratta e forme di violenze molto più eclatanti, tipiche di alcuni Paesi, come la mutilazione dei genitali, l’uso dell’acido per sfigurare, lo stupro di guerra, quello etnico. All’apice di tutto c’è il femminicidio, di cui, purtroppo, ormai si parla quotidianamente.


La violenza fisica può essere più o meno grave: si passa dall’essere spinta, strattonata, colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci e a pugni, a morsi fino ad arrivare al tentativo di strangolamento, soffocamento, all’ustione e alle minacce con armi. La violenza psicologica, invece, si mette in atto quando una persona adotta una serie di comportamenti o di atteggiamenti che mirano a denigrare l’altro, a sottometterlo, a rifiutare il suo modo di essere e a imporre il proprio potere.


La maggior parte delle aggressioni verbali avviene in privato perché l’uomo cerca di mantenere all’esterno una buona immagine di sé. Quando si verificano, invece, in pubblico solitamente questi attacchi avvengono in forma ironica, in modo da accattivarsi l’approvazione degli altri e, se la donna protesta, le si dice che non ha il senso dell’umorismo, che non è in grado di stare al gioco. La violenza psicologica si articola in diversi assi: c’è quello del controllo, quindi la possessività, si tende a sorvegliare l’altro con l’idea di dominarlo, l’isolamento, che porta la vittima a isolarsi, prima dai suoi amici, poi dai dalla famiglia, dal lavoro, la gelosia patologica, per cui chi mette in atto la violenza pretende dalla vittima una presenza esclusiva e continua. Si tratta di comportamenti che avvengono in maniera graduale, quindi la donna non si rende conto subito di esserne vittima.


Poi c’è l’assillo, cioè ripetere fino alla nausea un messaggio svilente, il che porta, con il tempo, alla distruzione dell’autostima della donna. Ci sono le umiliazioni, intimidazioni, come, per esempio, sbattere le porte, dare un pugno sul tavolo, rompere una bottiglia, atteggiamenti per dire “guarda quanto sono forte, pensa cosa posso farti”.  A questo si aggiungono le minacce, utilizzate soprattutto quando ci sono dei figli di mezzo: “ti tolgo i figli, non li vedrai più, te li faccio sparire”, a maggior ragione quando si tratta di una coppia in cui lui è italiano e lei è straniera. Queste sono situazioni che mettono ancora più in difficoltà la donna nel decidere di andare via».



La maggior parte delle violenze avviene tra le mura domestiche. Quali sono i campanelli d’allarme? E come comportarsi in caso di presenza di minori?
«La violenza si riconosce se si ha ben chiara la spirale che la caratterizza, un ciclo ripetitivo che consta di quattro fasi: tensione, attacco, scusa e riconciliazione.


La prima è una fase di irritabilità, durante la quale non viene manifestata la violenza in modo diretto, ma trapela da una serie di atteggiamenti come silenzi, occhiate aggressive, timbro di voce che cambia e tutto ciò che la donna fa diventa motivo di rabbia per il partner. In questa fase, la donna avverte la tensione, si blocca, si sforza di essere gentile, di assecondare il compagno, rinunciando anche ai suoi desideri, mentre l’uomo tende a rendere la donna responsabile delle sue frustrazioni e del suo stress. Nella fase di attacco, invece, ogni pretesto diventa buono per perdere il controllo e relazionarsi con la partner attraverso urla, insulti, minacce. In questa fase vi è il manifestarsi vero e proprio della violenza che può essere solo psicologica oppure sia psicologica che fisica. La donna, di solito, non reagisce per paura e, oltre alla paura, prova tristezza e un grande senso di impotenza, sente di non avere un’altra strada, se non quella di tacere, di sottomettersi.


A questa fase succede quella delle scuse in cui l’uomo cerca di cancellare o di minimizzare il suo comportamento. Attenzione: è una fase in cui l’uomo non chiede scusa perché si è reso conto di aver sbagliato, ma dice che non lo farà più se lei smetterà di comportarsi in un determinato modo. “Non lo farò più però mi raccomando la prossima volta cerca di dirmi queste cose in una maniera più carina”, frasi che fanno sentire in colpa la donna. E, infine, la fase della riconciliazione in cui l’uomo all’improvviso si dimostra attento, premuroso, ritorna ad essere un po’ la persona di cui ci siamo innamorate e questo è il tranello nel quale la donna cade e che permette di ricominciare il ciclo. In questa fase gli uomini sono sinceri, sono davvero terrorizzati di perdere la donna e il cambiamento eventuale li spaventa, è la stessa paura che poi più avanti li porterà a reiterare il ciclo, perdendo di nuovo il controllo e riattivando tutte le altre fasi. Le donne non riescono a riconoscere questo schema e, più si va avanti, più le fasi di tensione e di attacco diventano lunghe e durature, mentre quelle di scuse e riconciliazione più brevi.


Purtroppo, di violenza assistita si parla ancora troppo poco. I bambini si accorgono di tutto: della mamma preoccupata, triste, di eventuali lividi e sanno perfettamente che a provocarglieli è stato il papà, anche se non hanno assistito direttamente alla scena. Quindi, è assolutamente necessario tutelare i bambini e cercare di interrompere il prima possibile una relazione violenta perché, nella mia esperienza, posso dirle che il comportamento violento, purtroppo, tende ad aggravarsi sempre di più e mai ad andare in remissione».



Invece, quando e come accorgersi di essere vittime di violenza psicologica sul posto di lavoro?
«Qui cambia il setting, ma i comportamenti sono gli stessi di cui ho parlato sopra per la violenza psicologica. Quindi denigrazione, umiliazione, offese, controllo ossessivo per esempio sulle telefonate o sulle operazioni di routine, boicottaggio dell’attività lavorativa con demansionamento, critiche infondate e continue, assegnazione di compiti umilianti o al di sotto di quella che è la mansione e il ruolo che svolge normalmente la donna. Tutte queste situazioni, che poi sfociano nel mobbing, generano in chi le subisce dei sintomi come, per esempio, disturbi psicosomatici, depressione, disturbi ossessivo compulsivi, ma anche senso di impotenza, rabbia, ansia, isolamento sociale. Come mi accorgo di essere vittima di violenza psicologica sul posto di lavoro? Non sto bene, lavoro in una condizione che non mi genera serenità e che altera la mia quotidianità».



Quale percorso psicologico è bene che segua una vittima di violenza e quali sono gli aiuti oggi disponibili da parte di Stato e associazioni a riguardo?
«Una vittima di violenza è importante che si rivolga immediatamente al Telefono Rosa che, laddove non fosse presente nella zona in questione, fornisce alla vittima i contatti delle associazioni presenti sul territorio. Quando una donna accede a un centro antiviolenza viene presa in carico a 360 °: viene accolta dalle volontarie che le fanno compilare una scheda nella quale si raccolgono informazioni sulla situazione in generale, chi è l’autore della violenza, il tipo di violenza subita, se sono coinvolti dei figli, se ha intenzione di denunciare oppure no; dopodiché viene presa in carico da una psicologa e da un’avvocata, sia civilista che penalista, le vengono date tutte le indicazioni per poter denunciare, qualora lo volesse, viene preparata la denuncia, depositata e si provvede a un’eventuale separazione o affidamento dei figli. Tutte le avvocate iscritte ai centri antiviolenza sono iscritte alle liste del gratuito patrocinio per cui sono in grado di assistere le donne che rientrano nel budget gratuitamente. Per quanto riguarda le psicologhe, la donna ha un sostegno di 10 incontri gratuiti con la psicologa dell’associazione e poi, in genere, vengono mandate nei consultori familiari dove c’è un’area dedicata proprio alla violenza per una terapia un po’ più lunga.


A questo si aggiungono le case rifugio di cui disponiamo, destinate alle donne con figli che hanno bisogno di essere messe in un posto al sicuro, dove lui non possa trovarle in attesa che venga messa in atto una misura cautelare. La permanenza all’interno di queste strutture è completamente gratuita ed è di sei mesi rinnovabili eventualmente. Anche qui hanno vitto, alloggio, assistenza legale, assistenza psicologica e per ciascuna viene realizzato un progetto individuale finalizzato al raggiungimento dell’autonomia, al reinserimento all’interno della società con un lavoro e un’abitazione. Per i bambini è previsto l’inserimento scolastico, l’assegnazione di un nuovo pediatra, perché ovviamente tutti i contatti preesistenti sono a rischio in quanto lui potrebbe presentarsi e agire nuovamente violenza. Ci sono poi le strutture di semiautonomia, case dove possono entrare solo le donne uscite dalle case rifugio che hanno superato il problema della violenza subita, ma non hanno ancora la disponibilità economica per essere autonome. Anche qui il periodo è di sei mesi, eventualmente rinnovabili, per raggiungere il passo successivo, definitivo dell’autonomia».






La Dott.ssa Eliana D’Ascoli è laureata in psicologia clinica e di comunità (vecchio ordinamento) alla Sapienza di Roma, con specializzazione in Psicoterapia centrata sul cliente e master in psicologia di comunità e processi formativi. Dal 2006 è psicologa volontaria del Telefono Rosa dove si occupa di dipendenze affettive, mobbing, violenza di genere e bullismo. È psicologa e psicoterapeuta rogersiana. La sua terapia consiste nelle tre condizioni necessarie e sufficienti per la psicoterapia: accettazione positiva e incondizionata, empatia e congruenza.

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