Interiormente

La regolazione emotiva ai tempi del Coronavirus

di Desiree Colombo

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Nell’ultimo anno, le nostre vite sono radicalmente cambiate. È aumentato il tempo passato in casa, guardando un film, inventando attività o sperimentando nuove ricette. Parallelamente, il tempo per le relazioni sociali, andare a trovare amici e familiari o assaporare un buon aperitivo all’aria aperta, è drasticamente calato. Nel giro di qualche giorno, ci siamo ritrovati in una situazione del tutto inaspettata. Una situazione che avevamo visto solo nei film apocalittici americani. Eppure, il 9 marzo del 2020, quello scenario che sembrava tanto lontano e inimmaginabile ha bussato alle nostre porte. Il 9 marzo del 2020 è iniziata la quarantena, gli spostamenti sono stati vietati e quasi tutto ciò che eravamo abituati a fare quotidianamente è stato proibito. Il tempo e la vita sulla Terra sembra si siano improvvisamente fermati. In una situazione così strana e nuova, tantissimi ricercatori si sono mobilitati per cercare di capire quali ripercussioni a livello psicologico potesse avere una pandemia del genere sulla popolazione e, soprattutto, come le persone stessero regolando e gestendo le proprie emozioni. Ma andiamo per passi.

La regolazione emotiva è l’insieme di tutte quelle strategie che mettiamo in atto, in modo consapevole o inconsapevole, per regolare le nostre emozioni: parlare con un amico, cercare una soluzione a un problema che ci causa malessere, fare una passeggiata per ridurre lo stress o pensare a un ricordo positivo che possa migliorare il nostro stato d’animo. La regolazione emotiva è parte integrante ed essenziale della nostra vita, è quel meccanismo che ci permette di riprenderci dopo un evento negativo o stressante al fine di ristabilire un equilibrio emotivo.

Inutile dire che, in una situazione pandemica, questa capacità sembra essere essenziale. Il mix di ansia, preoccupazione e paura ha generato alti livelli di stress in buona parte della popolazione, con ripercussioni sulla capacità di regolare le emozioni. Tutti si sono sentiti pervasi da un sentimento di impotenza che ha preso il sopravvento ed è sembrato difficile da gestire. In altre parole, ci siamo trovati davanti a quello che in psicologia chiamiamo “disregolazione emotiva”, ovvero l’incapacità di mettere in atto strategie per modulare le proprie emozioni.

Nel nostro gruppo di ricerca LabPsiTec, suddiviso in due laboratori tra l’Università Jaume I (Castellón, Spagna) e l’Università di Valencia (Valencia, Spagna), sono stati condotti diversi studi per cercare di capire le conseguenze psicologiche del confinamento. Ciò che è stato osservato è che, a seguito delle restrizioni imposte dai governi, i livelli di depressione, ansia e stress sono drasticamente aumentati. Le persone con minore resilienza e maggiore difficoltà nella regolazione emotiva sono quelle che hanno sofferto maggiormente da un punto di vista psicologico, con un forte impatto sul proprio benessere psicofisico. In questo scenario, molti ricercatori si sono chiesti quali strategie potessero essere più funzionali per affrontare la nuova normalità. Mantenersi in forma e fisicamente attivo, per esempio, si associava a livelli di benessere maggiori, rivelandosi “fattore protettivo” per la gestione di una situazione così emotivamente stressante. Fra le popolazioni fragili, un altro fattore protettivo è stato l’ottimismo, ovvero, un’attitudine positiva nei confronti del futuro. Altri fattori protettivi sono risultati essere il tentativo di organizzare sistematicamente la giornata, mantenere ritmi del sonno, uno stile alimentare equilibrati e una ridotta ricerca di informazioni sul COVID. Infatti, durante la quarantena è stato osservato un forte aumento nell’uso dei social media. Nonostante le persone si tenessero informate attraverso vari mezzi di comunicazione, solo l’uso di social media come Facebook o Instagram, in cui l’informazione può spesso essere manipolata e distorta, si associava a maggiori livelli di ansia, rivelandosi, quindi, una strategia controproducente.

La pandemia ha, inoltre, implicato un cambio radicale delle relazioni sociali. Di fronte all’impossibilità di una vicinanza fisica, la maggior parte delle relazioni sono diventate virtuali. Anche per noi psicologi, la pandemia ha provocato una rivoluzione del paradigma clinico tradizionale: se qualche mese fa l’approccio tra paziente e terapeuta era presenziale, l’uso delle tecnologie per poter fornire supporto psicologico è drasticamente aumentato. Il numero di professionisti che ha iniziato a far uso di chiamate, videochiamate o chat per poter interagire con i propri pazienti ha raggiunto livelli mai visti prima. Niente di rivoluzionario, in realtà, visto che da anni vari ricercatori hanno focalizzato il proprio lavoro sulla creazione di trattamenti psicologici attraverso piattaforme online o app. Seguendo questa linea di ricerca, un gruppo di ricercatori italiani dell’Istituto Auxologico Italiano e dell’Università del Sacro Cuore di Milano ha sviluppato brevi trattamenti psicologici attraverso la realtà virtuale per migliorare le abilità di regolazione emotiva e ridurre i livelli di stress causati dall’emergenza sanitaria. I trattamenti sono completamente gratuiti, scaricabili da Internet e, soprattutto, possono essere eseguiti senza il supporto di un terapeuta (https://www.covidfeelgood.com, https://find.thewaynow.it). Insomma, una rivoluzione nell’approccio al paziente che, oltre ad essere scientificamente provata per la sua efficacia, è destinata a cambiare per sempre i paradigmi clinici del passato.

Fonti:

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Desiree Colombo è ricercatrice PhD presso il gruppo di ricerca LabPsiTec (Laboratorio de Psicología y Tecnología) dell’Università di Valencia. Le sue ricerche si focalizzano principalmente sull’utilizzo delle nuove tecnologie, quali la realtà virtuale o le applicazioni mobile, per esplorare i meccanismi della regolazione emotiva. 

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