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La realtà virtuale insegna agli uomini cos’è davvero il catcalling

di Redazione

3 minuti

20/10/2025

Cosa succede quando un uomo sperimenta il catcalling dalla prospettiva di una donna? A rispondere è una ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports, condotta da un team internazionale guidato da Chiara Lucifora dell’Università di Bologna e Aldo Gangemi dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Cognitive del Cnr. Lo studio mostra che vivere, in realtà virtuale, un episodio di molestia verbale può generare negli uomini forti emozioni di disgusto e rabbia, stimolando empatia e consapevolezza verso un fenomeno ancora troppo diffuso.

I ricercatori hanno coinvolto 36 uomini, invitandoli a indossare un visore VR (Oculus Quest 2) per immergersi in una simulazione in prima persona. I partecipanti si trovavano nei panni di una giovane donna, prima nella propria stanza, poi in una stazione della metropolitana, dove venivano avvicinati da avatar maschili. Nel gruppo sperimentale, gli avatar pronunciavano frasi tipiche del catcalling, come “Ehi, perchĂ© non mi fai un sorriso?”, mentre nel gruppo di controllo si limitavano a domande neutre.

L’obiettivo era osservare le reazioni emotive e cognitive dei partecipanti, valutate tramite questionari psicologici e analisi semantiche delle loro risposte verbali. Il team ha utilizzato anche un innovativo metodo basato su intelligenza artificiale, denominato Implicit Situation Intensity Test (ISIT), per analizzare il linguaggio dei soggetti e simulare le aree cerebrali coinvolte nelle loro risposte emotive.

Dopo l’esperienza, i partecipanti hanno riportato un significativo aumento di rabbia e disgusto, due emozioni moralmente salienti che spingono alla riflessione e al rifiuto di comportamenti percepiti come offensivi. L’intensitĂ  di queste emozioni era proporzionale al livello di “virtual embodiment“, ovvero alla capacitĂ  di sentirsi realmente nel corpo dell’avatar femminile.

Chi si era identificato maggiormente con la protagonista virtuale ha provato anche un aumento di paura, confermando che la prospettiva in prima persona riesce a trasmettere in modo realistico il senso di vulnerabilitĂ  che accompagna molte donne nella vita quotidiana. “La realtĂ  virtuale ci consente di vivere in modo controllato situazioni che nella realtĂ  sarebbero inaccettabili o rischiose”, spiega Lucifora. “Questa esperienza aiuta a comprendere l’impatto psicologico delle molestie e a stimolare una riflessione morale”.

L’uso dell’AI ha permesso di mappare le dinamiche cognitive ed emotive legate all’esperienza. Il modello ISIT ha individuato quattro grandi categorie di reazioni: sicurezza, emozione, relazione sociale e riflessione cognitiva. Le simulazioni hanno mostrato che il catcalling attiva reti neurali coinvolte nella risposta alla minaccia (amigdala e ipotalamo), nell’elaborazione emotiva (corteccia orbitofrontale e insula) e nella regolazione cognitiva (corteccia prefrontale e cingolata anteriore).

Lo studio non si limita a descrivere le reazioni emotive, ma propone la realtà virtuale come strumento educativo e terapeutico. In contesti formativi, simili esperienze potrebbero essere usate per sensibilizzare studenti, operatori sociali o forze dell’ordine. In ambito clinico, la VR potrebbe aiutare autori di comportamenti molesti a sviluppare empatia e consapevolezza delle conseguenze psicologiche delle proprie azioni.

“Le emozioni di disgusto e rabbia, se attivate nel giusto contesto, possono diventare leve per il cambiamento morale e sociale”, afferma Gangemi. “La tecnologia, se usata in modo etico, può aiutarci a costruire una societĂ  piĂą empatica e consapevole”.

Questa ricerca dimostra come neuroscienze, realtà virtuale e intelligenza artificiale possano collaborare per affrontare problemi sociali complessi, offrendo strumenti innovativi per la prevenzione e l’educazione alla parità di genere.

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Aggiornato il 10/30/2025

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