Instagram potrebbe influenzare non soltanto il modo in cui giudichiamo il nostro aspetto, ma anche uno dei processi più profondi attraverso cui il cervello costruisce il senso di identità corporea. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, coordinato dal professor Giuseppe Riva, direttore dello Humane Technology Lab del campus di Milano dell’Università Cattolica, che propone una nuova ipotesi neuroscientifica chiamata erosione digitale dell’identità corporea (Digital Erosion of Bodily Identity Hypothesis).
Secondo i ricercatori, un’esposizione prolungata a selfie, immagini filtrate e rappresentazioni digitali del proprio volto potrebbe rendere progressivamente meno netti i confini percettivi che permettono al cervello di riconoscere il corpo come “proprio”. In altre parole, vivere per anni in un ambiente digitale dove i volti tendono ad assomigliarsi potrebbe modificare il modo in cui costruiamo la percezione della nostra unicità.
L’ipotesi nasce in un contesto in cui la salute mentale di adolescenti e giovani adulti rappresenta una crescente priorità sanitaria. L’insoddisfazione per il proprio corpo è, infatti, associata a numerosi problemi psicologici, tra cui disturbi alimentari, depressione, ansia sociale e bassa autostima. Negli ultimi anni molte ricerche hanno evidenziato il ruolo dei social media nell’alimentare il confronto con modelli estetici idealizzati. Lo studio dell’Università Cattolica sposta però l’attenzione su un livello ancora più profondo. Non solo il giudizio sul proprio aspetto, ma i meccanismi attraverso cui il cervello costruisce il senso stesso del sé.
Il nostro corpo, infatti, non è soltanto un’immagine riflessa nello specchio. Il cervello integra continuamente informazioni provenienti dall’interno dell’organismo – come il battito cardiaco, la posizione del corpo e le sensazioni viscerali – con quelle provenienti dall’ambiente esterno. Da questa integrazione nasce la sensazione, apparentemente naturale ma estremamente complessa, che il corpo che abitiamo sia realmente il nostro.
Quando questo sistema funziona correttamente, contribuisce alla costruzione dell’identità personale, della consapevolezza di sé e della regolazione delle emozioni. Alterazioni di questi processi sono, invece, considerate un fattore di vulnerabilità in diverse condizioni cliniche, tra cui i disturbi alimentari e quelli dissociativi.
Per verificare se l’esposizione prolungata ai social media possa influenzare questi meccanismi, il gruppo di ricerca, guidato dalla dottoressa Maria Sansoni, ha coinvolto 95 giovani adulti con un’età media di 26 anni, utilizzatori di Instagram da quasi otto anni.
I partecipanti sono stati sottoposti a particolari esperimenti di realtà virtuale basati sulle cosiddette illusioni corporee, strumenti ampiamente utilizzati nelle neuroscienze. Attraverso la sincronizzazione tra ciò che una persona vede e ciò che percepisce sul proprio corpo, queste procedure possono indurre temporaneamente la sensazione che il volto o il corpo di uno sconosciuto appartengano a sé stessi.
La facilità con cui una persona sperimenta questa illusione rappresenta un indicatore della plasticità dell’identità corporea, cioè della flessibilità con cui il cervello definisce i confini tra sé e gli altri.
I risultati hanno evidenziato una relazione particolarmente interessante. I ricercatori hanno osservato un vero e proprio “effetto dose”: quanto più lunga era la storia di utilizzo di Instagram, tanto maggiore risultava la probabilità che i partecipanti arrivassero a percepire come proprio il volto di uno sconosciuto mostrato in realtà virtuale. Il dato assume particolare rilievo perché riguarda il volto, probabilmente l’elemento del corpo più strettamente legato all’identità personale.
“È attraverso il volto che ci riconosciamo allo specchio, costruiamo la nostra individualità e veniamo riconosciuti dagli altri”, osserva Giuseppe Riva. “L’associazione non emerge in una qualsiasi rappresentazione corporea, ma proprio nella parte del corpo più strettamente legata al senso di chi siamo.”
Secondo gli autori, questi risultati suggeriscono che l’esposizione prolungata ad ambienti digitali fortemente centrati sull’immagine possa influenzare alcuni dei processi neurali coinvolti nella costruzione del senso di appartenenza del corpo a sé stessi e nella distinzione tra il proprio corpo e quello degli altri.
Gli stessi ricercatori invitano tuttavia alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Lo studio non dimostra che Instagram provochi disturbi della salute mentale né che queste modificazioni percettive abbiano necessariamente conseguenze patologiche. Si tratta piuttosto di una nuova prospettiva di ricerca che apre interrogativi sul rapporto tra tecnologie digitali e costruzione dell’identità.
Come sottolinea Maria Sansoni, i partecipanti appartengono alla prima generazione cresciuta insieme ai social media, avendo iniziato a utilizzare queste piattaforme nella tarda adolescenza. Se già in questi giovani adulti emergono associazioni con processi così fondamentali per l’identità corporea, resta aperta la domanda su quali effetti potrebbero manifestarsi nelle nuove generazioni, che entrano in contatto con questi strumenti sempre più precocemente e li utilizzano per periodi di tempo sempre più lunghi.
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Instagram potrebbe cambiare il modo in cui il cervello riconosce il nostro volto
di Redazione
4 minuti
01/09/2026
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Aggiornato il 07/29/2026