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In che modo i concetti astratti prendono forma?

di Redazione

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12/06/2025

Di cosa parliamo quando usiamo parole come ‘libertà’, ‘giustizia’ o ‘fantasia’? Sono concetti astratti, e rappresentano circa il 70% del nostro vocabolario quotidiano. Non indicano oggetti o persone tangibili, ma idee, emozioni, relazioni, fenomeni. Comprendere come questi concetti vengono acquisiti, utilizzati e condivisi è cruciale, non solo per lo sviluppo linguistico e cognitivo, ma anche per l’apprendimento scolastico e scientifico.

È quanto emerge da un’importante ricerca condotta dalla Sapienza Università di Roma in collaborazione con l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Reviews Psychology. Il lavoro, firmato da Anna Borghi, Claudia Mazzuca e Luca Tummolini, propone una nuova cornice teorica interdisciplinare per comprendere i meccanismi cognitivi e sociali alla base dell’uso delle parole astratte.

Secondo i ricercatori, per apprendere e usare i concetti astratti non basta l’esperienza individuale, è fondamentale l’interazione sociale. Parlare con gli altri ci permette di condividere significati, negoziare interpretazioni e persino delegare competenze. Ma sorprendentemente, anche il dialogo interiore – il cosiddetto inner speech – gioca un ruolo essenziale. Ripetere concetti a noi stessi, formularli mentalmente o discuterli con altri contribuisce alla loro memorizzazione e comprensione.

“Non basta una definizione da dizionario per padroneggiare un concetto astratto”, spiega Anna Borghi, docente di Psicologia alla Sapienza. “Dobbiamo parlarne, usarlo in contesti diversi, e ascoltare come lo usano gli altri. Questo processo sociale è alla base della nostra capacità di pensare in modo astratto”.

Lo studio distingue anche tra concetti astratti vaghi e concetti astratti determinati. I primi, come ‘felicità’ o ‘fantasia’, sono spesso intuitivi e non richiedono una definizione precisa. I secondi, invece, come ‘crescita esponenziale’ o ‘entropia’, appartengono a domini specialistici e sono generalmente appresi attraverso l’interazione con esperti.

Durante la pandemia, ad esempio, molte persone hanno cominciato a usare espressioni come ‘immunità di gregge’ o ‘R0’ senza conoscerne appieno il significato tecnico. “È un esempio perfetto di come ci affidiamo agli esperti per utilizzare concetti complessi e di come, spesso, li adottiamo attraverso un uso linguistico collettivo, più che tramite una comprensione profonda”, osserva Claudia Mazzuca.

Un elemento di grande attualità affrontato dallo studio riguarda il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale, in particolare dei modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language Models), come quelli alla base di chatbot conversazionali. Nel mondo complesso e specializzato in cui viviamo, è sempre più frequente rivolgersi a sistemi automatici per chiarire il significato di concetti astratti. I ricercatori spiegano che, in un certo senso, l’interazione con l’AI riproduce dinamiche sociali simili a quelle che instauriamo con esperti umani. Ci affidiamo alle loro risposte, le confrontiamo, e, attraverso il dialogo, sviluppiamo nuove comprensioni.

Il contributo della Sapienza e del CNR segna un passo importante verso una comprensione più sfaccettata della cognizione umana. Il pensiero astratto non è un processo isolato, ma profondamente relazionale. È il frutto di un linguaggio che evolve, si adatta e si costruisce attraverso le interazioni, siano esse con amici, insegnanti, o persino agenti artificiali. Lo studio lancia anche un messaggio per la didattica ovvero quello che, per aiutare bambini e studenti a imparare concetti complessi, non basta semplificare i contenuti, ma serve creare contesti di confronto, dialogo e riflessione condivisa.

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Aggiornato il 06/26/2025

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