Quando si parla di mafie, si tende spesso a immaginare organizzazioni costruite soltanto sul potere economico, sulla violenza o sul controllo del territorio. Ma, nel caso della ’Ndrangheta, esiste un elemento ancora più resistente cioè la famiglia. Non solo come legame affettivo o genealogico, ma come vera infrastruttura sociale e strategica dell’organizzazione criminale.
Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, mostra, infatti, che i matrimoni tra clan mafiosi svolgono un ruolo centrale nella stabilità della rete criminale calabrese. E, sorprendentemente, non sono le alleanze tra le famiglie più potenti a risultare decisive per la coesione dell’intero sistema, bensì quelle che coinvolgono i clan meno noti e apparentemente periferici.
La ricerca, intitolata Marrying for Power: Gendered Alliances in Mafias, è stata condotta da Maurizio Catino, Alberto Aziani e Sara Rocchi del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Lo studio applica strumenti di network analysis, cioè l’analisi delle reti sociali, per comprendere come i legami matrimoniali contribuiscano alla struttura della ’Ndrangheta.
Nata in Calabria nella seconda metà dell’Ottocento, la ’Ndrangheta è oggi considerata una delle organizzazioni criminali più potenti e internazionalizzate al mondo. A differenza di altre mafie, la sua forza deriva storicamente dai legami di sangue: parentela, matrimoni e appartenenza familiare rappresentano elementi fondamentali per la fiducia reciproca e per la tenuta interna dell’organizzazione. Proprio per questo, il matrimonio assume una funzione che va ben oltre la sfera privata. Le donne vengono spesso coinvolte come strumenti di alleanza tra famiglie mafiose, contribuendo a consolidare rapporti di fedeltà , cooperazione e mutuo sostegno tra clan diversi.
Per analizzare questo fenomeno, i ricercatori hanno ricostruito una vasta rete di relazioni interfamiliari composta da 906 matrimoni tra 623 famiglie mafiose, le cosiddette “’ndrine”, generando un database di 770 alleanze matrimoniali.
I risultati mostrano che le famiglie mafiose più influenti occupano effettivamente posizioni centrali nella rete. Hanno più collegamenti diretti con altri clan, maggiore capacità di intermediazione e un accesso più rapido alle altre componenti dell’organizzazione.
Ma il dato più interessante riguarda la resilienza della rete. Attraverso simulazioni matematiche, gli studiosi hanno verificato cosa accadrebbe se alcune alleanze matrimoniali venissero meno. Interrompere i legami tra clan potenti produce effetti relativamente limitati sulla struttura complessiva della rete. Il motivo è che le famiglie centrali tendono ad avere numerose connessioni ridondanti. Se un matrimonio si interrompe, esistono altri canali che mantengono i rapporti attivi.
Al contrario, i matrimoni che coinvolgono clan meno influenti funzionano come veri “ponti” tra diverse parti della rete mafiosa. Eliminare questi legami frammenta molto più rapidamente l’organizzazione e ne riduce la coesione. Secondo gli autori, questo suggerisce che la forza della ’Ndrangheta non dipenda soltanto dai vertici più visibili, ma anche da una fitta trama di relazioni periferiche che tengono insieme l’intero sistema.
Lo studio affronta anche il ruolo delle donne all’interno della struttura mafiosa. Nella ’Ndrangheta, spiegano i ricercatori, il matrimonio è spesso utilizzato come una “tecnologia organizzativa” per rafforzare alleanze, trasmettere valori e consolidare il controllo sociale. In questo contesto patriarcale, le donne assumono un ruolo strumentale. Attraverso i matrimoni, vengono rafforzati i legami tra famiglie e garantita la continuità culturale dell’organizzazione. Norme come l’omertà , la lealtà e il senso dell’onore vengono trasmesse anche attraverso queste relazioni familiari.
Come sottolinea Alberto Aziani, i matrimoni mafiosi non servono solo a creare connessioni, ma anche a preservare nel tempo l’identità culturale della ’Ndrangheta.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda la straordinaria resilienza della ’Ndrangheta rispetto ad altre organizzazioni criminali. Secondo Maurizio Catino, il fatto che la struttura mafiosa coincida spesso con quella familiare rende molto più difficile la collaborazione con la giustizia.
Chi decide di rompere con l’organizzazione non tradisce soltanto un gruppo criminale, ma rischia di recidere i rapporti con genitori, fratelli, figli e parenti stretti. È anche per questo che la ’Ndrangheta registra storicamente un numero molto basso di collaboratori di giustizia rispetto ad altre mafie italiane. Oltre al valore sociologico, lo studio potrebbe avere implicazioni concrete per le strategie investigative e di contrasto alla criminalità organizzata.
Le simulazioni suggeriscono, infatti, che colpire le alleanze periferiche potrebbe risultare più efficace, in alcuni casi, rispetto al concentrarsi esclusivamente sui clan centrali e più noti. Comprendere come funziona la rete sociale della ’Ndrangheta permette di individuare i punti di vulnerabilità dell’organizzazione e di analizzarne meglio i meccanismi di adattamento.
Ma la ricerca apre anche una riflessione più ampia. Come osserva Sara Rocchi, l’uso strategico dei legami familiari non è esclusivo delle mafie. Anche in molte élite economiche, imprenditoriali o sociali, il matrimonio continua a rappresentare uno strumento di consolidamento del potere, di accumulo di capitale sociale e di rafforzamento delle reti di interesse. La differenza, nel caso della ’Ndrangheta, è che questi meccanismi vengono utilizzati all’interno di un’organizzazione criminale globale.
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I matrimoni che tengono unita la ’Ndrangheta
di Redazione
4 minuti
26/05/2026
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Aggiornato il 05/11/2026