Società

Emozioni umane e robocezioni: intervista a Umberto Maniscalco

di Redazione

5 minuti

Umberto Maniscalco è tecnologo presso l’ICAR-CNR (Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche) a Palermo, dove è responsabile dello Human-Robot Interaction Group. La sua ricerca è incentrata nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica – in particolare di quella cognitiva – per attuare sistemi innovativi nei settori della robotica sociale e nell’ambito della sanità e del benessere. Maniscalco ha parlato a S-citizenship delle similitudini e connessioni tra l’uomo e i robot, tracciando una panoramica degli sviluppi e delle sfide future del mondo della robotica.

I robot possono arrivare a essere del tutto simili agli esseri umani?
«Nel breve e nel medio periodo sicuramente no. In un futuro più lontano, probabilmente grazie a nuove evoluzioni tecnologiche (ad esempio computer quantistici), arriveremo ad avere delle macchine molto complesse in grado di somigliare molto agli esseri umani.

Poi dipende anche da cosa intendiamo per simili. L’antropomorfismo, ovvero la somiglianza all’uomo io la distinguerei in antropomorfismo fisico e antropomorfismo dei comportamenti. Se ci riferiamo al primo, esistono già oggi umanoidi decisamente molto somiglianti all’uomo. Ad esempio, in questi giorni a Parigi dietro le vetrine di un famosissimo marchio di alta moda francese è possibile ammirare il robot che replica in tutto e per tutto la figura dell’artista giapponese Yayoi Kusama. Io stesso sono rimasto svariati secondi ad osservare l’umanoide per capire se fosse davvero un robot o un umano.

Altra cosa se ci riferiamo all’antropomorfismo dei comportamenti o delle funzioni. Replicare anche singoli comportamenti umani non è affatto semplice perché questi, spesso, implicano funzioni di percezione, cognizione e azione molto complessi. Ancora più complessa è l’ipotesi di creare dei robot che replichino molti comportamenti umani e li coordino sapientemente tra loro».

All’ICAR-CNR avete coniato il termine robocezioni. Che cosa si intende con questa espressione?
«Questo termine rappresenta un nostro tentativo di spingerci un po’ oltre gli attuali limiti dell’antropomorfismo dei comportamenti. Robocezioni o meglio roboceptions indica degli artefatti robotici bio-ispirati e costruiti per analogia rispetto alle sensazioni e alle emozioni proprie degli umani. Sapendo bene che percezioni, sensazioni emozioni sono cose profondamente differenti negli umani e avendo la necessità di partire da un modello semplificato per i robot, abbiamo coniato questo termine proprio per sottolineare l’aspetto dell’analogia e non la replica fedele.

Così, ad esempio, abbiamo costruito un sistema somatosensoriale artificiale che, tramite l’apparato sensoristico del robot, è in grado di sintetizzare le roboceptions di dolore, piacere, stanchezza, ansia, benessere, etc. Queste poi hanno ovviamente un effetto sul comportamento del robot che deve decidere cosa fare nel momento in cui, ad esempio, un certo movimento inizia a provocargli “dolore” esattamente come farebbe un umano».

Come vede evolversi il mondo della robotica nell’ambito della sanità e del benessere? Ci sono delle sfide che ne impediscono l’adozione e, se sì, prevede che verranno superate nei prossimi anni?
«La crescita dell’età media della popolazione mondiale ha generato un fenomeno di transizione epidemiologica, da una predominanza di malattie infettive e carenziali, si è passati a una prevalenza di quelle cronicodegenerative. Questo fenomeno fa crescere di molto il numero di persone malate che necessitano di risorse sanitarie e assistenziali.

In questo scenario le applicazioni di intelligenza artificiale e robotica possono rappresentare una soluzione. La sostituzione di personale umano in molte delle attività in cui i robot sono già oggi capaci di operare in modo adeguato consente di liberare risorse umane specializzate per le patologie che richiedono ancora la mano dell’uomo e ridurre enormemente il costo sociale.

La diffusione di queste tecnologie però passa e dovrà passare sempre di più attraverso un’antropomorfizzazione dell’interazione uomo-robot. Ovvero rendere l’interazione uomo-robot quanto più possibile simile all’interazione uomo-uomo. Questo perché l’utente di riferimento, in questo caso è spesso una persona anziana, magari con patologie della sfera cognitiva, che deve potersi relazionare con il robot secondo le proprie capacità e abilita.

In altri termini, occorre trovare paradigmi di interazione semplici ed antropomorfi, così come è accaduto con gli smartphone che hanno proposto un modo d’uso estremamente semplice ed intuitivo».

Cosa ha imparato sugli esseri umani o sulla cultura umana dal processo di creazione dei robot?
«Che nella cultura umana l’idea di instillare nella materia la vita è un sogno antico. Non a caso oggi utilizziamo il termine automa che deriva dal greco antico automatos, ovvero che agisce di propria volontà per indicare un robot (anche se il termine ha un’accezione più legata alla meccanica). Probabilmente questo desiderio nasce dall’aspirazione dell’uomo di ergersi a Dio creatore.

Inoltre, ho imparato che l’uomo ha sempre pensato ai propri alter ego meccanici come esseri dotati di sentimenti ed emozioni. Nella rappresentazione della morte di Talos, un automa gigante di bronzo guardiano di Creta, si può scorgere una lacrima che solca il suo viso.

Quindi l’attuale robotica non è altro che il proseguimento di un’avventura iniziata molti secoli orsono e che accompagnerà l’evoluzione della specie umana perché ha delle radici ancestrali. La robotica ha a che fare probabilmente con l’immortalità, desiderio che l’uomo persegue da sempre. Replicare nella materia non biologica e degradabile se stessi».

Cosa l’ha spinta a scegliere questa carriera e quali consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere questo percorso?
«La curiosità! Come molti amici ricercatori, anche io da piccolo smontavo i giocattoli per vedere come erano fatti. Anche oggi mi appassiona capire come funzionano le cose per costruirne di nuove. Il consiglio che mi sento di dare non è certo originale, ma proprio per questo credo sia quello giusto. Studiate perché il sapere consente di scegliere consapevolmente come affermava Michel Foucault. Sfruttate la fortuna di avere la conoscenza mondiale aggiornata istante per istante a portata di click».




Umberto Maniscalco è tecnologo e responsabile del gruppo dello Human-Robot Interaction Group all’ICAR-CNR (Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche) a Palermo. Dal 2016, è incaricato delle aree progettuali “Robotica e automazione” e “Dispositivi e Sistemi ICT” del Dipartimento di ingegneria, ICT e tecnologie per l’energia e i trasporti (DIITET) del CNR. Ha partecipato a diversi progetti di ricerca locali, nazionali e internazionali, ed è coautore di oltre 70 pubblicazioni scientifiche. Inoltre, è stato ed è membro di diverse organizzazioni, tra cui AIxIA, SIREN, IMEKO, International Neural Network Society, European Neural Network Society, Japanese Neural Network Society e Biologically Inspired Cognitive Architectures Society.

Riproduzione Riservata © 2024 Scitizenship

Aggiornato il 05/15/2024

Articoli correlati