Socialmente

e-lezioni22 | L’Italia al voto, tra vecchi e nuovi cleavages

di Mirko Crulli

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Il concetto di cleavage, o “frattura sociopolitica” per usare quella che, a parere di chi scrive, è la traduzione italiana più adeguata, si deve all’opera di fine anni ’60 di due grandi padri della scienza politica e della sociologia politica: Lipset e Rokkan. Tale concetto è stato adottato per spiegare due fenomeni distinti ma intrecciati: la costruzione dello Stato-nazione e la nascita ed evoluzione dei partiti politici in Europa, a sua volta connessa ai processi di democratizzazione delle società europee. Secondo i due studiosi, la costruzione degli Stati-nazione europei è avvenuta attraverso il superamento di fratture fondanti – i cleavages, appunto – ossia “conflitti particolarmente forti e prolungati, radicati nella struttura sociale”. In altre parole, un cleavage è una divisione profonda esistente e persistente nella società, tenuta viva e alimentata da gruppi sociali che interpretano e rappresentano l’uno e l’altro versante della frattura.

Non tutte le divisioni sociali sono di per sé dei cleavages. La letteratura accademica si è interrogata, e continua a dibattere, su quali elementi debbano essere presenti in una divisione sociale per poter propriamente parlare di un “cleavage”. Una delle argomentazioni che ha raccolto maggiori consensi è quella di Bartolini e Mair, secondo i quali non si può parlare di frattura sociopolitica nel senso di Lipset e Rokkan se non sono presenti tutti e tre i seguenti elementi. Il primo è un conflitto che divida i membri di una comunità in due gruppi sociali distinti e contrapposti (la base strutturale del cleavage). Il secondo è un insieme di valori e credenze, che fornisca ai gruppi sociali un senso di “identità collettiva” e autocoscienza (la base normativa). Il terzo elemento è una struttura organizzativa, o, più semplicemente, un’organizzazione capace di coordinare e ispirare l’azione del gruppo sociale di riferimento, rappresentando i suoi interessi nell’arena politica (la base organizzativa). È qui che entrano in gioco i partiti politici. Nella prospettiva della teoria dei cleavages, i partiti sono gli attori che riflettono, interpretano e politicizzano le linee di conflitto profonde che attraversano in maniera stabile una società, organizzando le rivendicazioni politiche del rispettivo gruppo sociale. Dunque, è quando una frattura acquista importanza e si radica nella società che emergono le condizioni per l’affermazione di nuove organizzazioni politiche.

Nel loro volume del 1967, Lipset e Rokkan individuavano quattro cleavages, interpretati come derivati di due momenti fondamentali nella storia contemporanea europea: la “Rivoluzione Nazionale” (ossia l’insieme dei processi che, soprattutto dalla Rivoluzione francese in poi, hanno portato alla nascita degli Stati-nazione contemporanei) e la “Rivoluzione Industriale”. All’interno di questi due momenti rivoluzionari si innestano, rispettivamente, le due coppie di cleavages: la frattura centro-periferia (tra costruttori dello Stato-nazione e rappresentanti degli interessi delle periferie) e la frattura Stato-Chiesa, collegate alla Rivoluzione Nazionale; la frattura città-campagna (o frattura urbano-rurale, tra ceti imprenditoriali-mercantili urbani e proprietari terrieri) e la frattura capitale-lavoro (o frattura di classe, tra datori di lavoro e operai), derivanti dalla Rivoluzione Industriale. Dalla politicizzazione di queste quattro fratture “tradizionali” sono sorte le famiglie di partito che hanno caratterizzato la politica e i sistemi partitici europei da fine Ottocento fino all’attualità: partiti conservatori, liberali, confessionali, socialisti (a cui si sono aggiunti, in alcuni Paesi, partiti per la difesa o indipendenza/autonomia territoriale e partiti agrari).

L’Italia è stata storicamente attraversata, seppur in tempi e con intensità diversi, da tutte queste fratture. Il fatto che l’unità nazionale (1861) sia arrivata tramite la conquista militare della penisola da parte del Regno di Sardegna sabaudo ha creato una lacerante divisone tra centro-periferia. Le specificità sia culturali che amministrative del Sud sono state forzatamente omologate a quelle dei conquistatori, e la conseguenza è stata che il Meridione ha per lungo tempo percepito il Nord come invasore ed usurpatore. Più di un secolo dopo, tale cleavage si è ripresentato, per così dire, “al contrario”, ovvero sotto forma di rivolta delle regioni del Nord economicamente più progredite contro un centro politico, ma non economico, che veniva nuovamente percepito come usurpatore: il riferimento è alla nascita e allo sviluppo della Lega Nord di Bossi, fino alla recente trasformazione del partito operata da Salvini. Molto forte fu, dopo la creazione del Regno d’Italia, anche la frattura tra Stato e Chiesa. Basti pensare al “Non éxpedit”, la disposizione con la quale il papato di allora dichiarò che i cattolici italiani non avrebbero dovuto partecipare alla vita politica del Regno d’Italia, revocata soltanto nel 1919. Va poi ricordato che, nella storia repubblicana, il partito perno del sistema politico italiano è stato, per quasi mezzo secolo, un partito confessionale – la Democrazia Cristiana.

Nel secondo dopoguerra, in Italia come nel resto d’Europa, il cleavage predominante nell’orientare il comportamento politico degli elettori è stato quello di classe, come testimoniato dalla forza dei partiti socialisti e comunisti. La dimensione socioeconomica del conflitto politico, che contrapponeva i partiti sull’asse destra-sinistra e gli elettori in base alla loro classe economica-sociale (operai contro borghesia), era quella che determinava più di ogni altra il voto, insieme alla dimensione culturale, ancora incentrata sulla religione.

Lo scenario politico europeo è rimasto “congelato” (per usare un’altra espressione di Lipset e Rokkan) fino agli anni ’80. Da allora, si è assistito ad un inesorabile indebolimento della frattura di classe, tradottosi nel declino dei partiti socialisti e comunisti un po’ in tutta Europa. Contemporaneamente sono sorte, per la prima volta dall’inizio del XX secolo, nuove famiglie politiche, come quella verde-ecologista (i cui capostipiti possono essere rintracciati nei Grüne tedeschi) e quella dell’estrema destra post-industriale e post-fascista (guidata dal Front National di Le Pen). A questa prima ondata di partiti “sfidanti” quelli tradizionali, si è poi aggiunta quella che, dai primi anni duemila a ora, ha portato alla rivalsa in molti Paesi europei dei partiti “anti-establishment” e/o “euroscettici” e/o “populisti”.

Molti sociologi e scienziati politici hanno provato ad interpretare questi stravolgimenti attingendo nuovamente alla teoria dei cleavages (tanto che si parla oggi di “neo-cleavage theory”). Un certo consenso è stato raggiunto attorno all’idea che le società e i sistemi politici europei siano ormai attraversati da un nuovo cleavage. L’origine della nuova frattura andrebbe rintracciata nel passaggio da società industriali e materialistiche a società post-industriali e post-materialistiche; passaggio acuito dall’intensificarsi dei processi di globalizzazione e, infine, dallo scoppio della Grande Recessione del 2008. Questo nuovo cleavage è stato etichettato dagli studiosi in maniere diverse -ad esempio frattura tra “integrazione” e “demarcazione”; “frattura transnazionale”, o frattura tra “cosmopolitismo” e “comunitarismo” – ma l’idea che accomuna tutte queste concettualizzazioni è che si tratti di un cleavage fondato anzitutto sui valori, e dunque su questioni culturali ancor più che economiche. Le nuove questioni culturali politicamente salienti non sono però, come nel secondo dopoguerra, collegate alla religione, bensì ai processi di diluizione o disfacimento dei confini nazionali che da qualche decennio stanno interessando le democrazie europee. Si tratta, altresì, di una divisione tra sostenitori di una società aperta, multiculturale, globalizzata, integrata e sostenitori di una società chiusa, culturalmente omogenea, e fondata sulla comunità nazionale. Con l’avvento di questa nuova frattura, immigrazione e integrazione europea diventano le questioni più salienti e politicizzate, nonché polarizzanti.

Sul piano sociale, il nuovo cleavage contrappone “vincitori” e “perdenti”, ovvero “sostenitori” e “oppositori”, dei processi di globalizzazione e del transnazionalismo. È questa una divisone dai forti connotati socio-strutturali. Infatti, i giovani, più istruiti e occupati si collocano perlopiù tra i fautori della società aperta; mentre i più anziani, meno istruiti e disoccupati sono solitamente contro l’apertura dei confini nazionali ad attori esterni. Ma si tratta anche di una divisione con evidenti caratteristiche territoriali, in quanto i centri delle grandi città rappresentano le roccaforti del versante di “integrazione” della nuova frattura, mentre le periferie sia metropolitane-urbane che rurali sostengono maggiormente il versante di “demarcazione”.

Sul piano politico, la nuova frattura è stata efficacemente politicizzata soprattutto da nuovi partiti sfidanti. Nuovi o rinnovati partiti populisti sia di destra radicale (come la Lega trasformata da Salvini), sia di sinistra radicale (come Podemos in Spagna), sia “né di destra né di sinistra” (come il primo Movimento Cinque Stelle), hanno, seppure in maniera diversa, rappresentato i bisogni e le rimostranze di coloro che sono usciti sconfitti, o hanno la percezione di essere usciti sconfitti, dai processi di globalizzazione e indebolimento dello Stato-nazione, come le migrazioni e il cedimento di poteri all’Unione Europea. L’altro versante, quello di “integrazione”, è invece rappresentato politicamente dai partiti tradizionali. Gli eredi dei partiti socialisti novecenteschi sono ormai sempre meno gli interpreti di una (non più esistente in termini elettorali?) “classe operaia” e della sinistra sulla dimensione economica sinistra-destra, e sempre più i rappresentati dei sostenitori dell’Europa, del multiculturalismo e della “società aperta” sulla base della nuova frattura. È questo il caso del Partito Democratico in Italia.

Già le elezioni politiche italiane del 2018 sono state ampiamente strutturate dal nuovo cleavage tra integrazione e demarcazione, o cleavage transnazionale. Di fatti, il governo Conte I che ne derivò riuniva i due principali diversi interpreti del polo di demarcazione della nuova frattura, Lega e Movimento Cinque Stelle, allora accomunati dall’opposizione agli “eurocrati di Bruxelles” e, in parte minore, dalla necessità di contrastare i fenomeni migratori. Vi sono tutte le premesse per pronosticare che anche le prossime elezioni del 25 settembre, e soprattutto l’assetto politico-istituzionale che ne deriverà, saranno plasmati da questa frattura.

Per spiegare ancora meglio il perché, possiamo ricorrere a un altro concetto connesso agli studi sui nuovi cleavages, quello della dimensione GAL-TAN. Secondo alcuni dei più importanti studiosi che si sono occupati di nuove fratture, la maniera più efficace per distinguere i partiti politici sulla base della frattura transnazionale è quella di posizionarli su una scala che vede a un’estremità i partiti GAL (Green-Alternative-Libertarian) e all’estremità opposta i partiti TAN (Traditional-Authoritarian-Nationalist). Ora, sebbene una vera competizione bipolare in vista delle imminenti elezioni non si sia realizzata, è proprio questo il tipo di conflitto che si è delineato tra la coalizione di (centro-)destra composta da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, da una parte, e i suoi principali oppositori, rappresentati dalla coalizione di centro-sinistra guidata dal Partito Democratico (comprendente +Europa e i Verdi), dal rinnovato Movimento Cinque Stelle di Conte, e dai partiti di centro di Renzi e Calenda. La coalizione di (centro-)destra comprende appunto i partiti più TAN, più tradizionalisti-autoritari-nazionalisti (sebbene non tutti e tre in misura uguale); tutte le altre formazioni, che non sono riuscite a coalizzarsi, sono però accomunate dall’essere più vicine all’altra estremità della dimensione GAL-TAN. Forse, proprio su questo terreno avrebbero potuto trovare intese comuni.

In definitiva, vi sono buone ragioni per credere che il nuovo cleavage “fondato sui valori” di cui si è parlato orienterà e polarizzerà il voto degli italiani il prossimo 25 settembre. Occorre però notare che le questioni più prettamente economiche sembrano nell’ultimo anno aver riguadagnato centralità. Già le recenti elezioni tedesche sono state vinte dal Partito Socialdemocratico (SPD) con il cavallo di battaglia del salario minimo, che figura in Italia tra le promesse elettorali sia del PD che del M5S. Sul versante opposto, l’ormai leader della coalizione di (centro-)destra, Giorgia Meloni, sembra aver abbracciato una visione pienamente liberista, affermando a più riprese che lo Stato dovrebbe lasciare liberi i cittadini, che vogliono lavorare senza uno Stato “troppo presente”. Alla luce di ciò, la classica opposizione tra liberismo e interventismo statale, e più in generale le questioni economiche, potrebbero ritornare centrali nelle poche rimanenti settimane di dibattito elettorale. Ancor più perché la crisi energetica e inflazionistica che sta attanagliando l’Europa e l’Italia obbliga i partiti e i leader a insistere sulle loro ricette economiche, più di quanto avvenuto alle precedenti tornate elettorali.


Mirko Crulli è dottorando in “Sociologia, Storia e Cultura Politica” presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa.

Svolge attività di ricerca in sociologia politica e politica comparata. I suoi principali interessi di ricerca sono: trasformazioni del conflitto politico europeo, ascesa dei partiti populisti di destra radicale; comportamento elettorale (in particolare, differenze territoriali nel comportamento elettorale).

Il suo progetto di ricerca di dottorato si propone di indagare le determinanti dell’apparentemente crescente eterogeneità dei comportamenti elettorali all’interno delle aree metropolitane, cioè tra distretti metropolitani interni ed esterni, selezionando Londra e Roma come casi studio.

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