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e-lezioni22 | Intervista a Davide Angelucci

di Redazione

6 minuti

Se ti svegliassi a un’ora diversa in un posto diverso, ti sveglieresti come una persona diversa? Chi può dirlo.

Forse, però, voteresti in un modo diverso. Per indagare quanto il ceto sociale, il reddito, il livello d’istruzione e la zona di residenza influiscano nei comportamenti elettorali, abbiamo chiamato Davide Angelucci, ricercatore del Centro Italiano Studi Elettorali.


Voto di appartenenza, di classe, di opinione, di scambio, di protesta. Secondo lei ancora hanno un peso e in che misura? Alle prossime elezioni, come influiranno nelle scelte di voto?
«Ad oggi, parlare di voto di appartenenza e voto di classe è un po’ demodé, per certi versi anche complesso. Sappiamo che, dagli Anni ’70, i processi di trasformazione delle società nelle democrazie avanzate e il passaggio ad un sistema valoriale più individualista hanno creato un disallineamento gli elettori rispetto a quelle che erano le tradizionali alleanze sociopolitiche.

Quindi, il voto di appartenenza è chiaramente indebolito; a maggior ragione il voto di classe e la connessione tra le vecchie classi sociali e tradizionali partiti referenti, come, ad esempio, il voto della classe operaia per i partiti della sinistra socialista, socialdemocratica e comunista. È difficile pensare alle classi sociali oggigiorno come classi sociali del Novecento, anzi è anacronistico perché sono cambiate le nostre economie e le nostre società.

La classe operaia industriale, ad oggi, non rappresenta più la massa delle classi sociali più disagiate: abbiamo nuove professioni e nuovi gruppi occupazionali svantaggiati o precari che stanno formando diverse realtà sociali. La differenza rispetto al passato è che queste questi nuovi gruppi socioeconomici svantaggiati non hanno più un’identità di classe, anzi hanno spesso interessi economici divergenti. Possiamo prendere come riferimento il caso delle partite IVA povere cioè professioni autonome con scarse garanzie, se non nessuna garanzia, redditi bassi, alti livelli di precarietà e di precarizzazione del lavoro.

Questi gruppi hanno interessi economici che sono chiaramente molto diversi da quelli, ad esempio, di altri gruppi occupazionali come, ad esempio, la classe operaia industriale che occupa uno status socioeconomico relativamente basso. In questo senso è difficile pensare che oggi un voto di classe o un voto di appartenenza, considerando anche l’indebolimento delle ideologie novecentesche, sia l’elemento strutturanto del comportamento di voto.

Molto più importante è invece il voto che viene dato sulle issue, cioè sui temi rilevanti all’interno di una determinata campagna elettorale. Questi sono temi che variano nel tempo e possono più o meno interessare diversi gruppi sociali, diversi cittadini, diversi elettori, diverse fasce di età e che mobilitano a seconda ovviamente di quelli che sono gli interessi molto spesso individuali. Ma oggi sappiamo, anche grazie a recenti ricerche scientifiche, che l’issue voting è forse l’elemento preponderante o uno degli elementi fondamentali nelle scelte di voto, piuttosto che le tradizionali identità novecentesche che si sono invece in qualche modo frantumate.

Viviamo in un mondo post-ideologico. Questo è vero non soltanto per gli elettori: basta anche guardare all’offerta politica di alcuni partiti politici che mettono insieme temi tradizionalmente di sinistra con altri che sono invece tradizionalmente di destra.

Prendiamo l’esempio della Francia che è un caso eclatante: Le Pen offre una combinazione di proposte politiche rivolte a classi sociali più svantaggiate anche progressiste in economia per certi versi seppure con un taglio chiaramente esclusivo, cioè rivolto soltanto ai francesi che escludeva gli immigrati, ma comunque politiche di protezione socioeconomica con posizioni chiaramente conservatrici molto dure per quanto riguarda temi culturali come ad esempio l’immigrazione o la società multiculturale.

Per quanto riguarda il voto di scambio, si tratta di una realtà geograficamente molto localizzata con dinamiche che sono sempre in gioco quando si parla di elezioni, ma sappiamo, grazie anche agli studi condotti dal CISE, che il voto di scambio riguarda soprattutto il Meridione d’Italia. Questo è un elemento chiaramente di disturbo nelle dinamiche elettorali e una dinamica anche perversa perché si lega a fenomeni di mancanza di trasparenza elettorale, ma è tendenzialmente una dinamica residuale principalmente localizzata al Sud.

Diverso il discorso, invece, per il voto di protesta al quale aggiungerei il non voto di protesta. Forse, è proprio la scarsa partecipazione elettorale o meglio il declino della partecipazione elettorale, che oramai registriamo in Italia da anni, ad essere il sintomo più evidente di uno scarso legame dei cittadini con la politica italiana. Ma, soprattutto, è il sintomo di una frustrazione dei cittadini nei confronti del sistema politico, dei partiti e dell’incapacità molto spesso delle democrazie contemporanee cosiddette avanzate di rispondere ad alcune delle domande che vengono dai cittadini.

Questo è un tema molto più ampio in realtà che riguarda non soltanto l’Italia ma il mondo occidentale e le democrazie occidentali più in generale. La mia personale previsione per quanto riguarda la partecipazione alle elezioni del 25 settembre è negativa: quasi sicuramente si andrà sotto il 70%, battendo il record negativo del 2018. Un chiaro segnale di non voto di protesta.

Infatti, quei partiti che avevano in qualche modo tentato di canalizzare e di capitalizzare sul voto di protesta, come Movimento 5 Stelle e Lega, sono sono finiti a governare. In molti casi hanno deluso e non rappresentano più una credibile alternativa per un voto di protesta; quindi, molto probabilmente gli elettori piuttosto che votare un partito per protesta, spesso anti-establishment o populista, tenderanno a non votare ma è un segnale chiaramente allarmante».



La Zona Bianca è scomparsa, la Zona Rossa si è ridotta e anche la Zona Gialla non si sente tanto bene. Fuor di metafora, esiste ancora una correlazione geografica del voto?
«Per quanto riguarda la geografia del voto, questo è un tema che si connette alle trasformazioni di cui parlavo: la trasformazione della società e delle tradizionali identità politiche ha generato un cambiamento anche nelle culture politiche localizzate in alcune aree del Paese.

Ora, la divisione in zone era rappresentativa, in passato, di subculture politiche eredità di una tradizione politica del passato ben consolidata all’interno di determinati territori. Oggi è difficile parlare di Zona Bianca Zona o Rossa, così come si faceva in passato: abbiamo visto i recenti sviluppi elettorali – non soltanto nel 2018 ma soprattutto nelle elezioni locali, sia a livello regionale che comunale – come effettivamente questo radicamento di alcuni partiti all’interno di determinate aree del paese è stato messo evidentemente in discussione.


Con questo non voglio dire che l’eredità di queste sculture sia totalmente svanita, ma sicuramente ci troviamo di fronte a una situazione di grande cambiamento. Detto questo, c’è allo stesso tempo una ridefinizione della geografia del potere politico e del voto che riguarda soprattutto un partito politico: il Movimento 5 Stelle. Sappiamo che il M5S è un partito per vocazione, per nascita, per politiche, per la sua stessa storia un partito localizzato nel Sud d’Italia e sappiamo, dai dati che abbiamo a disposizione, che è ancora così. Infatti, non riesce a sfondare nelle aree del Centro e soprattutto nelle aree del Nord Italia.

Se il Sud è un territorio tendenzialmente in cui, ancora oggi, il Movimento 5 stelle è molto concentrato ed è estremamente competitivo, c’è un Nord dove è particolarmente competitivo il centrodestra. Bisognerà capire dove, se e in che misura il Centrosinistra sarà in grado ancora di mantenere performance elettorali importanti nella tradizionale Zona Rossa.

Al netto di tutto questo sappiamo, però, che di nuovo sarà il Meridione la chiave per capire il risultato di queste elezioni. Tutto dipenderà da quanto bene o quanto male andrà il Movimento 5 stelle nelle Regioni del Sud e bisognerà capire, stando anche ai trend che conosciamo, in che misura la destra e il centrodestra sarà in grado di sfondare al Sud e quindi di conquistare Regioni che, comunque, in passato erano state legate al Centrodestra».




Davide Angelucci ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Siena ed è attualmente assegnista di ricerca presso il CISE, alla LUISS – Guido Carli.

I suoi interessi di ricerca si concentrano sul comportamento e sulla partecipazione politica. Attualmente sta lavorando su class-voting e diseguaglianze politiche.

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