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e-lezioni22 | Dietro il successo di Meloni: il nuovo bipolarismo, le strategie giuste e sbagliate, e il dilemma del Pd

di Lorenzo De Sio

12 minuti

*si riprende dal sito del Luiss CISE: https://cise.luiss.it/cise/2022/09/29/dietro-il-successo-di-meloni-il-nuovo-bipolarismo-le-strategie-giuste-e-sbagliate-e-il-dilemma-del-pd/


Come spiegare il successo di Meloni? Da dove viene l’ascesa della nuova leader di centrodestra e futura prima premier donna della storia d’Italia? Ha pesato il governo Draghi? O le sue qualità di leader? O gli italiani si sono spostati a destra, e magari avevano voglia di una “donna forte”? Oppure si erano semplicemente stancati di tutto, e hanno voluto provare l’unica che non aveva mai governato? Probabilmente un po’ di tutto questo; ma io al tempo stesso voglio proporre un’interpretazione più generale, che – se compatibile con le ulteriori analisi che arriveranno in queste settimane e mesi – probabilmente ci fornirà anche qualche indicazione per il futuro.


Un ritorno al bipolarismo?

L’idea di fondo è semplice: il voto del 25 settembre potrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo; perché segna finalmente la ricomposizione tra due elementi del sistema politico italiano che erano stati in tensione lacerante per un intero decennio (dal 2013 fino ad oggi):
1) la struttura essenzialmente bipolare delle opinioni politiche e delle scelte di voto degli italiani (peraltro ancorata dalla presenza, in quasi tutti i tipi di elezione, di sistemi elettorali con forti elementi maggioritari): testimoniata da quella scarsissima permeabilità di voto tra partiti di centrosinistra e centrodestra, che Ilvo Diamanti battezzò il “Muro di Arcore” (Diamanti 2008);
2) la sfida fortissima a questa struttura che era venuta dal M5S: l’unico partito che, con il suo appello iniziale anti-establishment, ottenne un consenso completamente trasversale (come mostrato da molte analisi) e risultò primo partito nel 2013 e 2018. Nessun altro partito (con la parziale eccezione di Monti, ma su valori bassi e politicamente ininfluenti)era mai riuscito o riuscirà più a bucare il muro di Arcore. Anche Renzi riuscì solo alle Europee 2014 a fare un exploit con una campagna basata su temi trasversali (De Sio 2014) e con forti venature di populismo, ma in seguito – nonostante essersi spinto con Jobs Act e Buona Scuola dove non aveva osato neanche Berlusconi – non riuscì mai a conquistare voti nel centrodestra (né, con i suoi candidati, nelle amministrative dal 2015 (De Sio 2015) in poi; né nel referendum costituzionale; né nel 2018).


La ricomposizione si compie tra 2018 e 2019, con gli elettori di centrodestra che tornano a casa

Questa ricomposizione inizia già tra 2014 e 2018. Di fronte al boom “populista” del M5S nel 2013, la reazione dei due schieramenti storici arriva sotto forma di due nuove proposte politiche di stile populista.
1) Il Pd di Renzi propone uno stile comunicativo fortemente populista (memorabile il discorso al Senato con mano in tasca e vistosa ostentazione di sgrammaticature e accento toscano), ma poi, al governo, si perde in una linea politica moderata (Jobs Act, Buona Scuola) che contribuisce alla sconfitta nel referendum costituzionale e poi alla fine di quel modello (il Pd successivo abbandonerà lo stile populista). Quel tentativo di risposta dal centrosinistra al populismo del M5S essenzialmente fallisce.
2) Quello che invece non fallisce è il progetto della nuova Lega di Salvini, che nasce come possibilità concreta di una nuova offerta radicale (di stile comunicativo populista) all’interno del centrodestra. Salvini infatti nelle politiche del 2018 riesce (un po’ a sorpresa) a battere Forza Italia nella gara interna per la leadership del centrodestra. Si tratta di un passaggio fondamentale, perché il sorpasso della Lega nel 2018 mostra agli elettori di centrodestra (orfani della guida di Berlusconi già dal 2011) la possibilità concreta di una nuova e fresca leadership per la loro area, aggressiva e “populista” quanto basta da poter competere con il M5S.


E infatti non è un caso che, già da subito dopo il voto del 2018, si compie la “digestione” del M5S all’interno dell’antico e radicato bipolarismo dell’elettorato italiano. Quegli elettori di centrodestra che nel 2013 e 2018 erano stati sedotti dal M5S, infatti nel giro di pochi mesi iniziano a tornare a casa (chissà se tra loro ci sarà anche una ragazza di nome Marlena?…), traghettati dalla nuova e “populista” leadership di Salvini, che testimonia che esiste un futuro per il centrodestra anche dopo Berlusconi. È spettacolare osservare, nella serie storica della media dei sondaggi compilata da YouTrend (vedi figura), come il passaggio di voti da M5S a Lega (confermato da varie analisi di flussi successive) inizia già da subito dopo il voto, con la crescita della Lega e la discesa del M5s nei sondaggi. Ancora prima dell’inizio del Conte I, Salvini è ormai salito tra il 25% e il 30% (assorbendo anche voti da Forza Italia). Il governo gialloverde, poi, (con la spartizione tematica tra chiusura all’immigrazione – di destra – per la Lega, e reddito di cittadinanza – di sinistra – per il M5S) accelera ulteriormente il processo, che con le elezioni europee del 2019 è sostanzialmente terminato. Le analisi dei flussi dell’epoca testimoniano chiaramente il massiccio passaggio da M5S (che quasi si dimezza: da 33 a 17) a Lega (che raddoppia: da 17 a 34): gli elettori di centrodestra sono tornati a casa.


Un esito che, ovviamente, ha un’altra importante implicazione: gli elettori rimasti nel M5S dopo il 2019 sono essenzialmente quelli che provenivano dal centrosinistra. Non a caso molte analisi successive confermano che gli elettori M5S, pur se in parte “non collocati”, hanno opinioni politiche nettamente di sinistra (spesso anche radicali), specie su temi economici e ambientali.



Gli errori di Salvini e l’ascesa di Meloni

Alla luce di questa ristrutturazione dell’elettorato M5S sulle antiche linee di faglia del bipolarismo degli elettori italiani, gli sviluppi successivi non sono particolarmente inattesi, e seguono l’antico principio visto all’opera nella Seconda Repubblica, per cui la mobilità elettorale attraverso gli schieramenti era quasi nulla, ma la mobilità interna agli schieramenti poteva anche essere molto alta (tanto si rimaneva sempre dentro il centrodestra, quindi non se ne comprometteva la vittoria in future elezioni). E’ così che, all’interno di questa ricostituita area di consenso (la cui consistenza complessiva resta essenzialmente invariata, mantenendo questo schieramento sempre in vantaggio sistematico), c’è tuttavia una forte reattività agli eventi, che segna il declino di Salvini e l’ascesa di Meloni.


In particolare:
1) La credibilità della nuova leadership di Salvini viene anzitutto azzoppata dall’errore strategico di far cadere il governo nell’estate 2019, sperando in nuove elezioni e ritrovandosi invece all’opposizione del nuovo governo giallorosso. Come si vede dall’evoluzione dei sondaggi, già questo discredito apre la strada alla crescita di FdI (in parallelo al calo della Lega), con Meloni che supera il 15% già a ottobre 2020, mesi prima della nascita del governo Draghi;
2) la partecipazione della Lega al governo Draghi sembra fare il resto, con FdI che beneficia dal restare all’opposizione. Qui avviene infatti la seconda parte della crescita di Meloni (sempre a spese quasi esclusivamente della Lega) che la porta a superare la Lega e ad avvicinarsi al 25%.


Chi si ricorda del bipolarismo e chi no: vincitori e sconfitti

Il resto, più che storia, è cronaca. Alla luce di questa ricomposizione della struttura bipolare dell’elettorato italiano, i partiti legati a queste due diverse aree fanno scelte strategiche completamente diverse.


Nel centrodestra ci si ricorda del bipolarismo…

Nonostante il soverchiante clima di commentatori ed editorialisti che identificava in un modello centrista-tecnocratico (guidato o ispirato a Draghi) il futuro del sistema politico italiano, il centrodestra non ci pensa due volte, e sorprendendo forse qualche commentatore (ma non gli osservatori più attenti) decide ovviamente, con il consueto pragmatismo dei leader di quell’area, di mettere da parte qualunque divisione e di presentarsi ancora una volta unito al voto. In prospettiva, viene addirittura da giocare con l’ipotesi fantasiosa che la scelta di tenere FdI all’opposizione non fosse stata concordata con gli altri partner, in modo che il centrodestra avesse diversi “brand” (due dentro, uno fuori dal governo) così da proteggersi dai danni di reputazione derivanti dal sostenere un governo di larghe intese a guida tecnica (un tipo di governo che per i partiti politici è praticamente kryptonite).


…nel centrosinistra alcuni se ne ricordano, altri no

I partiti che rappresentano l’elettorato di centrosinistra invece non fanno scelte coordinate, e scelgono direzioni diverse.


Il M5S, cronologicamente, è il primo a ricordarsi della dinamica bipolare. Già durante il governo giallo-rosso, Conte (anche con qualche contestazione interna) trasforma progressivamente la linea del M5S in una linea “di sinistra” (soprattutto su temi economici, a partire dalla bandiera del reddito di cittadinanza, e ambientali), consapevole che il M5S trasversale di un tempo non esiste più, e che i voti andranno cercati nel centrosinistra, magari a sinistra del Pd. E alla fine, di fronte a un governo Draghi che non può rispondere adeguatamente su queste posizioni (con la maggioranza ampia ed eterogenea che lo sostiene), e percependo l’avvicinarsi delle elezioni, lancia qualcosa di simile a ciò che nella Prima Repubblica avremmo chiamato “verifica”: presentando a Draghi nove questioni (di fatto un programma elettorale fortemente di sinistra) e avviando di fatto la vicenda parlamentare che porterà alle prime dimissioni di Draghi (respinte da Mattarella) e poi alle seconde (accettate). A prescindere da una futura alleanza col Pd (che non arriverà), Conte crea in ogni caso una strategia che può preservare i consensi del partito (o addirittura accrescerli, rispetto ai sondaggi) perché è tutta puntata all’interno del bacino elettorale del centrosinistra (al di qua del muro di Arcore).


La strategia del Pd invece di fatto mostra di non riconoscere i vincoli del bipolarismo (o forse di non volerli riconoscere, perché magari la sua leadership puntava deliberatamente a un progetto tecnocratico-centrista? Si tratta di un punto non ancora chiaro, soprattutto alla luce di episodi come la caduta del Conte II e la scissione di Di Maio). Le scelte che fa il Pd infatti sono, alla caduta di Draghi, di chiudere immediatamente la porta all’alleanza col M5S e di puntare a un’alleanza con Calenda (che tuttavia fallirà). Si tratta di una strategia che di fatto ignora totalmente i vincoli bipolaristi del sistema, ovvero il “muro di Arcore” e il sistema elettorale (che con la sua componente maggioritaria premia le coalizioni ampie e competitive). Riguardo a quest’ultimo punto: anche se si fosse fatta l’alleanza con Calenda (che comunque rifiuta) il suo contributo sarebbe stato modesto nel colmare l’enorme distanza dal centrodestra, e la legge elettorale avrebbe comunque fatto strage del progetto nel maggioritario dei collegi uninominali.


Ovviamente, non si può addossare interamente al Pd la responsabilità del fallimento nel costruire una coalizione con potenziali alleati spesso riottosi e litigiosi; tuttavia bisogna prendere atto in ogni caso dell’esito: il Pd (con il suo naturale ruolo di coalition maker) fallisce nel costruire una coalizione efficace.


In realtà probabilmente nel Pd si scommetteva comunque che il progetto con Calenda, pur comportando la rinuncia al potenziale 12-15% del M5S, avrebbe avuto un appeal tale da attrarre nuovi elettori. Ma da dove? Certamente non dal M5S: quindi dal centrodestra. E questo testimonia l’ignoranza dell’esistenza del muro di Arcore, per cui (come all’epoca di Renzi) un progetto moderato guidato dal Pd si sarebbe ancora una volta fermato contro le urne. Per tacere di alcuni ulteriori difetti secondari della strategia del Pd: (1) il fatto di ispirarsi a un’”agenda Draghi” che non è un’agenda (un progetto) ma un metodo di lavoro, e quindi non chiarisce una visione del futuro che prenda posizione, indispensabile in un’elezione politica; (2) il fatto di andare in campagna elettorale, di fatto, senza un candidato premier, visto che Draghi aveva detto abbastanza chiaramente di non essere interessato.


Probabilmente Pd (e Calenda) sapevano benissimo di non poter vincere, e avevano in realtà in mente uno scenario di mancata maggioranza che avrebbe aperto trattative post-voto (di qui l’insistenza del Pd per diventare almeno primo partito); ma anche questo piano B denota ignoranza della legge elettorale e della ri-bipolarizzazione delle scelte di voto: la combinazione di fattori che ha dato al centrodestra una comoda maggioranza.


Come spiegare quindi il fallimento del Pd nel formare una coalizione efficace? Ci possono essere varie ipotesi: 1) semplice errore di valutazione, e sottovalutazione della dinamica bipolare (o sopravvalutazione dell’appeal dell’agenda Draghi); 2) insufficienti risorse diplomatiche capaci di mettere d’accordo alleati litigiosi. Tuttavia una terza ipotesi che non si può scartare è che non si sia trattato di errori, ma di una precisa linea politica: l’idea di non essere interessati a una proposta politica di centrosinistra alternativa al centrodestra (nonostante qualche tardivo tentativo di creare fronti contro la destra), ma di puntare invece tutto su un progetto di tipo tecnocratico-centrista. Niente di male, ma: (1) si trattava di una scommessa praticamente impossibile da vincere, dati i vincoli; (2) una svolta programmatica di questa portata avrebbe probabilmente richiesto un congresso. E quindi, direi, eccoci serviti con il principale dilemma su cui dovrà riflettere attentamente il prossimo congresso del Pd.


Il risultato

Alla luce di queste considerazioni, sul risultato c’è poco da dire. La principale incognita era la capacità di Meloni di fare il pieno della sua area politica. Si può dire che sia andata abbastanza bene (diversamente da com’era andata a molti candidati Lega e Fdi nelle recenti amministrative), anche se il centrodestra guidato da FdI non sembra aver fatto veramente il pieno dell’elettorato di centrodestra, dove in alcuni casi (soprattutto nei centri delle grandi città) una parte dell’alta borghesia moderata di centrodestra (tradizionalmente di Forza Italia) potrebbe aver premiato Calenda (che comunque correva da solo, e quindi senza rischio di regalare voti al Pd).


Riguardo al centrosinistra, niente di sorprendente. La strategia del M5S ha permesso a Conte di consolidare il nuovo M5S (di fatto un partito di sinistra un po’ radicale), mentre il Pd sì è avvicinato in modo drammatico al peggior risultato della sua storia (quello del 2018), sia in termini di partito che di coalizione. E probabilmente un effetto perverso della strategia di rinunciare di fatto alla competizione può essere stato un’ulteriore depressione della partecipazione al voto (il cui crollo è il vero dato esplosivo di queste elezioni). Un risultato abbastanza solido della letteratura scientifica dice infatti che il fatto che l’elezione sia percepita come incerta e competitiva è un formidabile motore di partecipazione al voto. E quindi l’idea che non solo la competizione era persa in partenza a livello nazionale, ma lo era anche nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, potrebbe aver ulteriormente smobilitato l’elettorato di centrosinistra.


Un nuovo ciclo bipolare?

Il successo del centrodestra, appoggiato su un pragmatico e attento riconoscimento della struttura bipolare delle scelte degli italiani (e della legge elettorale) potrebbe aprire un nuovo ciclo di ritorno al bipolarismo, con un centrodestra compatto (in attesa di un centrosinistra in grado di riorganizzarsi). La sfida per Meloni è quella di tradurre il successo elettorale in capacità effettiva di governo; ma in questo la nuova maggioranza può contare anche sulle reti di rapporti di Forza Italia, della Lega, nonché su ottimi rapporti con importanti gruppi di interesse che sono rilevanti per la politica italiana, e che verosimilmente potranno contribuire con personale e idee. Se Meloni riuscirà (anche gestendo efficacemente i rapporti con gli alleati) a costruire questa sorta di “berlusconismo 2.0”, con una rappresentanza efficace dell’elettorato dal suo lato del muro di Arcore (quell’elettorato accomunato dal rifiuto della sinistra, che accusa di proporre solo tasse e assistenzialismo), potrebbe creare un nuovo modello di centrodestra in grado di vincere anche più di un’elezione.


Riguardo al campo del centrosinistra, è evidente che in questo momento è orfano non solo di una leadership unitaria, ma anche di una strategia unitaria (e forse anche di una visione e di un’analisi unitaria delle grandi trasformazioni del nostro tempo). Ed è il Pd, il coalition maker naturale, che dovrà scegliere il dilemma tra puntare ancora sul progetto tecnocratico-centrista di questa elezione, o se mirare a ricostruire lo spirito delle coalizioni di centrosinistra della Seconda Repubblica (in due casi vittoriose anche contro Berlusconi), con partiti che – in termini di possibile somma di voti – non sono lontani dal centrodestra, o che addirittura (con un progetto politico che era quello originario del “campo largo”, e che forse semplicemente non c’è stato il tempo per costruire) potrebbero batterlo, anche senza sommare al 100% i rispettivi voti. L’impressione è che i vincoli del bipolarismo di elettorato e di leggi elettorali (maggioritarie a tutti i livelli amministrativi, con un’importante componente maggioritaria per le politiche) non siano compatibili con ipotesi centriste. Staremo a vedere.


(ringrazio Davide Angelucci, Roberto D’Alimonte e Nicola Maggini per i commenti a una precedente versione del testo)



Riferimenti bibliografici

  • De Sio, Lorenzo. 2014. «Da dove viene la vittoria di Renzi?». In Le Elezioni Europee 2014, a.c. di Lorenzo De Sio, Vincenzo Emanuele e Nicola Maggini. Roma: Centro Italiano Studi Elettorali, 171-173;
  • De Sio, Lorenzo. 2015. «Il Renzi che vince e il Renzi che “non vince”». In Dopo la luna di miele: Le elezioni comunali e regionali fra autunno 2014 e primavera 2015, a c. di Aldo Paparo e Matteo Cataldi. Roma: Centro Italiano Studi Elettorali, 309–12;
  • Diamanti, Ilvo. 2008. «Il voto all’ombra del muro di Arcore – Politica – Repubblica.it»https://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/politica/verso-elezioni-7/il-muro-di-arcore/il-muro-di-arcore.html (28 settembre 2022).






Lorenzo De Sio è professore ordinario di Scienza Politica presso la Luiss Guido Carli, e direttore del CISE – Centro Italiano di Studi Elettorali. Già Jean Monnet Fellow presso lo European University Institute, Visiting Research Fellow presso la University of California, Irvine, e Campbell National Fellow presso la Stanford University, è membro di ITANES (Italian National Election Studies), di recente ha dato vita al progetto ICCP (Issue Competition Comparative Project). I suoi interessi di ricerca attuali vertono sull’analisi quantitativa dei comportamenti di voto e delle strategie di partito in prospettiva comparata, con particolare attenzione al ruolo delle issues.

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