Articoli

Come i media raccontano (e dovrebbero raccontare) lo sport paralimpico

di Redazione

2 minuti

06/03/2026

Nel 1960, Roma ospitò i primi Giochi Paralimpici della storia. Da allora, il movimento ha fatto passi da gigante, trasformando atleti un tempo quasi invisibili in protagonisti del prime-time televisivo. Ma come vivono questi campioni il modo in cui i media parlano di loro? Una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Frontiers in Sports and Active Living, ha dato voce a 17 atleti d’élite del panorama italiano per capire se la narrazione giornalistica dello sport paralimpico rispecchi davvero la loro realtà.

Nonostante l’aumento della visibilità, con record di ascolti registrati durante Parigi 2024 e una crescente attenzione da parte del pubblico più giovane, lo studio rivela che la qualità della narrazione dello sport paralimpico fatica a evolversi. Gli atleti intervistati hanno identificato due trappole narrative ricorrenti che definiscono limitanti e, talvolta, persino deumanizzanti: il “Supercrip” (il super-disabile) e il Frame del Pietismo.

Nel primo caso parliamo della tendenza a dipingere l’atleta dello sport paralimpico come un eroe sovrumano che “supera” la propria disabilità attraverso imprese straordinarie. Sebbene possa sembrare un complimento, molti atleti lo percepiscono come un peso o come una forma di “inspiration porn”, una rappresentazione sentimentale usata per gratificare il pubblico non disabile. Nel secondo caso, invece, all’estremo opposto, parliamo della tendenza a presentare la disabilità come una tragedia personale o una sfortuna, riducendo l’atleta dello sport paralimpico a oggetto di carità o commiserazione.

“Spesso i giornalisti trovano l’aspetto del pietismo più intrigante”, osserva uno degli atleti citati nello studio. “È come se pensassero: ‘poverino, gli manca una gamba’, invece di guardare alla prestazione”.

Un altro punto critico emerso è la natura “ciclica” dell’attenzione mediatica. Per la maggior parte degli intervistati, i riflettori si accendono prepotentemente ogni quattro anni, durante i Giochi, per poi spegnersi quasi completamente nel quadriennio successivo. Questo crea un divario profondo con i colleghi olimpici, la cui copertura è decisamente più costante e focalizzata sui risultati tecnici piuttosto che sulle storie personali di “resilienza”.

Di fronte a filtri mediatici spesso distorti, molti atleti paralimpici hanno iniziato a utilizzare i social media come strumento di auto-rappresentazione. Piattaforme come Instagram e Facebook permettono loro di mostrare la quotidianità dell’allenamento, le tattiche di gara e la propria identità multidimensionale, bypassando le narrazioni preconfezionate dei media tradizionali. In questo modo, l’atleta torna a essere il protagonista del proprio racconto, definendosi prima di tutto come “atleta” e solo in secondo luogo come persona con una disabilità.

Dallo studio emergono raccomandazioni chiare per i professionisti dell’informazione: studiare le regole, le classificazioni funzionali e i record della disciplina trattata; parlare di tempi, tattiche e risultati tecnici, proprio come si farebbe per lo sport d’élite; evitare il sensazionalismo facendo in modo che la disabilità sia un contesto, ma non il nucleo centrale o il “gancio” emotivo della notizia; dare spazio ai campionati mondiali ed europei, non solo all’evento paralimpico.

La sfida per il futuro è normalizzare l’eccellenza paralimpica affinché una medaglia d’oro sia celebrata per il sudore e il talento che l’hanno prodotta, e non solo per la storia clinica di chi la indossa.

Riproduzione Riservata © 2024 Scitizenship

Aggiornato il 03/12/2026

Articoli correlati