Nel 1960, Roma ospitò i primi Giochi Paralimpici della storia. Da allora, il movimento ha fatto passi da gigante, trasformando atleti un tempo quasi invisibili in protagonisti del prime-time televisivo. Ma come vivono questi campioni il modo in cui i media parlano di loro? Una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Frontiers in Sports and Active Living, ha dato voce a 17 atleti d’élite del panorama italiano per capire se la narrazione giornalistica dello sport paralimpico rispecchi davvero la loro realtà .
Nonostante l’aumento della visibilità , con record di ascolti registrati durante Parigi 2024 e una crescente attenzione da parte del pubblico più giovane, lo studio rivela che la qualità della narrazione dello sport paralimpico fatica a evolversi. Gli atleti intervistati hanno identificato due trappole narrative ricorrenti che definiscono limitanti e, talvolta, persino deumanizzanti: il “Supercrip” (il super-disabile) e il Frame del Pietismo.
Nel primo caso parliamo della tendenza a dipingere l’atleta dello sport paralimpico come un eroe sovrumano che “supera” la propria disabilità attraverso imprese straordinarie. Sebbene possa sembrare un complimento, molti atleti lo percepiscono come un peso o come una forma di “inspiration porn”, una rappresentazione sentimentale usata per gratificare il pubblico non disabile. Nel secondo caso, invece, all’estremo opposto, parliamo della tendenza a presentare la disabilità come una tragedia personale o una sfortuna, riducendo l’atleta dello sport paralimpico a oggetto di carità o commiserazione.
“Spesso i giornalisti trovano l’aspetto del pietismo più intrigante”, osserva uno degli atleti citati nello studio. “È come se pensassero: ‘poverino, gli manca una gamba’, invece di guardare alla prestazione”.
Un altro punto critico emerso è la natura “ciclica” dell’attenzione mediatica. Per la maggior parte degli intervistati, i riflettori si accendono prepotentemente ogni quattro anni, durante i Giochi, per poi spegnersi quasi completamente nel quadriennio successivo. Questo crea un divario profondo con i colleghi olimpici, la cui copertura è decisamente più costante e focalizzata sui risultati tecnici piuttosto che sulle storie personali di “resilienza”.
Di fronte a filtri mediatici spesso distorti, molti atleti paralimpici hanno iniziato a utilizzare i social media come strumento di auto-rappresentazione. Piattaforme come Instagram e Facebook permettono loro di mostrare la quotidianità dell’allenamento, le tattiche di gara e la propria identità multidimensionale, bypassando le narrazioni preconfezionate dei media tradizionali. In questo modo, l’atleta torna a essere il protagonista del proprio racconto, definendosi prima di tutto come “atleta” e solo in secondo luogo come persona con una disabilità .
Dallo studio emergono raccomandazioni chiare per i professionisti dell’informazione: studiare le regole, le classificazioni funzionali e i record della disciplina trattata; parlare di tempi, tattiche e risultati tecnici, proprio come si farebbe per lo sport d’élite; evitare il sensazionalismo facendo in modo che la disabilità sia un contesto, ma non il nucleo centrale o il “gancio” emotivo della notizia; dare spazio ai campionati mondiali ed europei, non solo all’evento paralimpico.
La sfida per il futuro è normalizzare l’eccellenza paralimpica affinché una medaglia d’oro sia celebrata per il sudore e il talento che l’hanno prodotta, e non solo per la storia clinica di chi la indossa.
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Come i media raccontano (e dovrebbero raccontare) lo sport paralimpico
di Redazione
2 minuti
06/03/2026
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Aggiornato il 03/12/2026