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I tweet sul cambiamento climatico sono uno strumento politico?

di Redazione

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Un nuovo studio internazionale, pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, ha analizzato i tweet scambiati dal 2014 al 2021 sulle Conference of parties (Cop), ovvero gli incontri annuali dei Paesi firmatari della Convezione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici.


L’articolo è uno dei risultati del team coordinato da Walter Quattrociocchi del Dipartimento di Informatica della Sapienza, all’interno della IRIS research coalition, il gruppo di ricerca composto da alcune delle principali istituzioni accademiche del mondo e finanziato dal governo inglese dell’ambito del G7 per studiare il fenomeno dell’infodemia. Il principale risultato, che è emerso dall’analisi dello studio, è stata la crescente polarizzazione delle idee sul clima avvenuta soprattutto a partire dal 2019, con un incremento rilevante durante la Cop26 del 2021 ospitata a Glasgow, in Scozia. 


In particolare è stato osservato che i post degli oppositori al cambiamento climatico sono stati ricondivisi 16 volte di più durante la Cop26 rispetto alla Cop21. Questo risultato è 4 volte maggiore di quello dei gruppi pro-clima. Allo stesso tempo le opinioni “negazioniste” sono state diffuse da un numero sempre più alto di account che non si occupavano in maniera specifica di clima e ambiente. Un punto che accomuna le due schiere opposte di fruitori della piattaforma social è la critica all’ipocrisia elitaria, riguardante in particolare la questione dei jet privati che ha scatenato forti polemiche sia da parte dei gruppi pro-clima, sia da quelli contrari.


Le accuse di ipocrisia sono utilizzate come arma da gruppi che si opponevano all’azione per il clima allo scopo di screditare i vertici e l’azione politica. In particolare, la polarizzazione è avvenuta nel momento in cui è stata anche osservata una maggiore attività da parte di personalità di una determinata area politica per contrastare gli avversari rallentando le iniziative a favore dell’ambiente.


Di seguito il link all’articolo: https://www.nature.com/articles/s41558-022-01527-x

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