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«Efficienza, attenzione e sostenibilità: ecco gli ingredienti del design aerospaziale»

di Redazione

7 minuti

Secondo Raffi Tchakerian, designer, educatore e ricercatore libanese di origine armena, docente e membro fondatore della facoltà presso il DIDI, Dubai Institute of Design and Innovation, lo spazio cambia il modo di progettare. Il design, nell’espansione dell’umanità verso altri mondi, dalla Luna a Marte, avrà un ruolo sempre più centrale, finalizzato non solo a sopravvivere, ma anche a sconfiggere la noia, grazie all’IA e alla realtà virtuale.


Con una vasta esperienza in diversi campi della progettazione tra cui design aerospaziale, robotica, human, interaction e product, i suoi studi hanno come obiettivo quello di migliorare le interazioni tra gli esseri umani, gli strumenti e le tecnologie che impieghiamo come nostre estensioni e gli ambienti in cui tutto questo avviene. La sua è una disciplina che, vista l’accelerazione della corsa allo spazio da parte di privati e la rivoluzione dei viaggi di massa oltre l’atmosfera, prenderà sempre più piede.





Designer, educatore e ricercatore. Potrebbe parlarci del suo lavoro?
«Sono un designer, un progettista. Mi sono laureato in disegno industriale all’Università Iuav di Venezia e mi sono avvicinato al mondo del design e dell’architettura per lo spazio lavorando con l’architetto Arturo Vittori, la cui azienda sviluppa spesso progetti in ambito aerospaziale. A quel punto mi sono concentrato su questo aspetto estremo del design che mi affascinava molto e, in qualità di dottorato, ho scritto una tesi dal titolo “Il ruolo del design nell’ambito spaziale-imprenditoriale”. Ancora oggi lavoro su questo tema, cercando di promuovere la mia ricerca in ambito spaziale, pur tenendo in considerazione come le tecnologie e le innovazioni che si portano nello spazio possano migliorare la qualità della vita sulla Terra. Si tratta dei cosiddetti transfer tecnologici o spin-off.


Dopo un periodo passato a Beirut, dove ho fondato corsi di design, architettura e progettazione per l’Università americana, mi sono trasferito nel 2018 a Dubai e sono diventato membro fondatore della facoltà presso il Dubai Institute of Design and Innovation. Continuo a fare ricerca e, in questo periodo, mi sto concentrando sulla costruzione robotica attraverso le risorse che si trovano in loco, come la sabbia: come si possono usare i sistemi robotici per la costruzione nel deserto oppure, in futuro, su Marte?».



Cosa insegnate al Dubai Institute of Design and Innovation?
«Il DIDI è stato fondato nel 2018 in collaborazione con il MIT, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts, l’università numero uno al mondo nel 2019, e la Parsons The New School for Design, prima in design negli Stati Uniti e terza nel mondo. Offriamo una laurea quadriennale in design, dove gli studenti scelgono due specializzazioni tra strategic design management, multimedia design, fashion design e product design.


Puntiamo al futuro. Quando si tratta di product design, ad esempio, si parla anche di progettazione per lo spazio; quando si tratta di multimedia design affrontiamo tematiche legate all’intelligenza artificiale, alla virtual reality, e studiamo come questi strumenti possano essere utilizzati, ad esempio, per facilitare un intervento chirurgico. Cerchiamo sempre guardare alla vita tra cinquant’anni, sviluppando gli strumenti per migliorarne la qualità.


Ci sono poi dipartimenti di ricerca, come il mio che si occupa di robotica. Abbiamo un braccio robotico che stiamo cercando di programmare per diverse tipologie di impiego, dalla stampa 3D alla fresatura di sistemi complessi per creare strumenti destinati alla ricerca aerospaziale. Una delle ultime ricerche a cui stiamo lavorando è la stampa 3D con i biomateriali e la sabbia. A Dubai di sabbia ne abbiamo tanta, cerchiamo di sfruttarla. Il nostro scopo è creare sistemi di abitabilità per le future missioni nello spazio».





Qual è il sentiment generale sull’argomento progettazione spaziale?
«Lo space design è, purtroppo, ancora un argomento tabù. Quando si parla dello spazio, si parla di sistemi più che altro ingegneristici (razzi, veicoli, etc.). La parte più umana, empatica, di progettazione legata agli human factors è ancora poco trattata perché, fino a poco tempo fa, ritenuta non rilevante. Fortunatamente, realtà imprenditoriali come SpaceX stanno cambiando questa concezione: infatti, se, da una parte, la NASA non vuole assumere progettisti o designer il cui lavoro sia finalizzato a migliorare la qualità dell’abitabilità delle navicelle, la SpaceX, invece, continua ad assumere parecchi progettisti industriali, consapevole dell’apporto significato che questi professionisti possono portare al loro lavoro. Per esempio, se facciamo un paragone tra lo Space Shuttle e la Crew Dragon, questa è più pulita e minimalista, riduce gli errori umani, causati spesso dallo stress o da una progettazione eccessivamente macchinosa della navicella.


C’è però da dire che il recente sviluppo di un turismo spaziale ha accelerato la necessità di assumere designer che realizzino dei mezzi più intuitivi e user friendly. Questo ultimamente ha dato maggiore spazio alla figura del designer nel settore aerospaziale».



Che differenza c’è tra la progettazione di ambienti e oggetti di design per la Terra e per lo spazio?
«Tutto dipende dalla destinazione del progetto, se si tratta di spazio, con assenza di gravità, o per un altro pianeta come Marte o per la Luna. Nel primo caso, devi cambiare completamente punto di vista perché all’interno di questo cilindro, cioè del veicolo spaziale, non riesci più a distinguere il pavimento dalla parete. A differenza di quando progetti per la Terra, devi essere molto più efficiente perché non hai il lusso dello spazio fisico e devi essere molto più attento, il minimo sbaglio può fare la differenza tra la vita e la morte.


Se si progetta per la Luna o per Marte, i concetti sono gli stessi perché la forza di gravità su ogni astro è diversa. È possibile fare delle costruzioni che sono impossibili da fare sulla Terra. E poi, bisogna essere molto attenti alla sostenibilità, perché la spazzatura non è ammessa nello spazio. Tutto deve essere riciclabile. Insomma, se progetti per lo spazio, diventi il designer più bravo della Terra».



Cosa ne pensa dell’esplorazione spaziale da parte di privati?
«Penso che l’aspetto più importante sia la possibilità, grazie a queste spedizioni, di avere accesso illimitato alle risorse disponibili nello spazio. Che si tratti di un asteroide pieno di acqua o minerali oppure della possibilità di costruire grandi specchi capaci di riflettere in un punto 24/7 sulla Terra per la generazione di energia pulita. L’accessibilità allo spazio migliorerà la qualità della vita sulla Terra».



Biomimetica e biodesign: di cosa si tratta e in che modo queste discipline sono rilevanti ai fini dell’innovazione in ambito di esplorazione spaziale?
«La natura da migliaia di anni si evolve di maniera efficiente e pulita, impiegando meno risorse possibili. È questo il mindset dell’efficienza. Se vogliamo esplorare lo spazio in maniera più sostenibile, è necessario cercare di imitare la natura. Fortunatamente, i sistemi di intelligenza artificiale e di machine learning ci stanno aiutando in questo. Senza la biomimetica e senza questi sistemi non è possibile avere gli strumenti necessari per promuovere l’esplorazione aerospaziale efficiente.


Prendo ad esempio alcuni progetti a cui stiamo lavorando: sistemi di intelligenza artificiale che usiamo per monitorare lo stato d’animo o lo stato emozionale delle persone. Abbiamo progettato uno specchio robotico che è capace di seguire la tua faccia e, in base al tuo umore o alla tua espressione, cambiare colore e reagire alle tue emozioni. Possiamo creare sistemi autonomi come questo anche nello spazio, così da poter seguire gli astronauti o i passeggeri del futuro e intervenire in caso di problemi psico-fisici?».





Lei ha realizzato uno studio sul tema. Quanto è importante sviluppare sistemi per combattere la monotonia e la noia nello spazio?
«Fino a poco tempo fa, controllando le ricerche, se ne trovavano poche relative a problemi o barriere psicologiche negli astronauti. Negli anni ‘60/‘70 gli astronauti venivano scelti in base a right stuff, erano quasi come degli eroi, nessuno si interessava se potessero avere problemi psicologici. In futuro, però, quando si affronterà, ad esempio, un viaggio di due anni all’interno di una navicella, in isolamento completo, senza contatto diretto con altri esseri umani, la monotonia e la noia di un ambiente statico, sempre uguale si inizieranno a far sentire e comporteranno severi problemi, non solo psicologici, ma anche fisiologici.


Il nostro progetto è finalizzato a rendere l’ambiente spaziale o le navicelle più naturali e flessibili. Non è possibile anticipare tutti i problemi che possono presentarsi nell’arco di due anni. E quindi, quello che si può fare, è costruire dei sistemi flessibili, non monolitici, dotati di strumenti di intelligenza artificiale che favoriscano la lettura affettiva e il cambiamento dell’abitabilità in base allo stato d’animo dell’utente».



Come si immagina una futura comunità extraterrestre?
«Durante un workshop a Dubai un ragazzo musulmano mi ha chiesto come potrebbe pregare nello spazio, dove dovrebbe rivolgersi. La domanda è: dobbiamo portare la nostra cultura lì con noi o crearne delle nuove? Forse meglio la seconda. Se prendiamo come esempio la spazzatura, al momento la nostra è una cultura capitalistica basata sulla generazione di spazzatura. Per comprare un prodotto, ad esempio, c’è tutta una produzione. C’è l’imballaggio, che poi diventerà spazzatura… Se la portassimo nello spazio, ci distruggeremmo dopo qualche anno. È, quindi, necessaria una revisione della cultura verso la sostenibilità e, chissà, magari questo ci permetterà di migliorare anche la situazione sulla Terra».






Raffi Tchakerian è laureato in disegno industriale presso l’Università Iuav di Venezia e ha conseguito un master in product design nel 2010 con lode con un progetto di tesi sul design aerospaziale. A partire dagli anni della laurea fino al 2015, ha collaborato con lo studio internazionale di design Architecture and Vision e gli Space Architects Arturo Vittori e Andreas Vogler, contribuendo a progetti di diversa natura, che vanno dai deserti allo spazio. Dopo il master nel 2014, ottiene un dottorato di ricerca in scienze del design presso la Scuola di Dottorato Iuav, laureandosi con lode con una tesi in design aerospaziale. Nel 2018 si trasferisce a Dubai, diventando uno dei membri fondatori della facoltà presso il Dubai Institute of Design and Innovation (DIDI), dove attualmente insegna.

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