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I videogiochi migliorano le capacità di lettura

di Redazione

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Un videogioco per allenare e migliorare le capacità di lettura dei bambini, senza però che debbano leggere mentre ci giocano. Si chiama Skies of Manawak ed è stato sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Trento insieme a scienziati dell’Università di Ginevra, tra cui Angela Pasqualotto, ricercatrice in scienze cognitive. “Volevamo dimostrare l’efficacia di un videogioco che va a lavorare su aspetti che non riguardano nello specifico la lettura allenando funzioni esecutive come memoria di lavoro, flessibilità cognitiva, controllo inibitorio che sappiamo essere fondamentali per la lettura stessa”, ha raccontato la dott.ssa Pasqualotto. Il videogame non è ancora disponibile per il grande pubblico, proseguono le ricerche e si pensa al suo utilizzo anche da parte di bambini con diagnosi di disturbo dell’apprendimento.


Dottoressa Pasqualotto qual è il suo background di studi?
«Ho un background da psicologa clinica e da ricercatrice in scienze cognitive. La mia ricerca si focalizza sulla valutazione degli aspetti di interazione cognitivi-psicologici tra bambini e tecnologia e, nello specifico, l’indagine di nuove tipologie di potenziamento della lettura. Attualmente lavoro come ricercatrice post-doc all’Università di Ginevra, ma ho svolto tutto il mio percorso di studi all’Università di Trento, dove mi sono laureata in Neuroscienze e ho conseguito un dottorato in Scienze Psicologiche e della Formazione».


Lei si occupa di disturbi dell’apprendimento, in particolare di dislessia. Di cosa si tratta?
«I disturbi dell’apprendimento (DSA) sono una categoria che fa parte dei disturbi del neurosviluppo, cioè che insorgono nelle prime fasi dello sviluppo. Sono disturbi che coinvolgono attività come la lettura, la capacità di scrivere, di svolgere operazioni di calcolo e la comprensione del testo. I disturbi più diffusi sono quelli legati a dislessia, disortografia e discalculia. La loro caratteristica principale è la specificità: un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità strumentali (lettura, scrittura, calcolo) lascia intatto il funzionamento intellettivo generale. Questo significa che, per effettuare una diagnosi di dislessia, il bambino non deve presentare problemi psicologici, deficit di intelligenza, deficit sensoriali o neurologici che possano spiegare le difficoltà di lettura.


Nello specifico, i bambini che imparano a leggere in italiano, se affetti da dislessia, solitamente, compiono degli errori di lettura, ma soprattutto leggono in modo significativamente più lento rispetto ai bambini della stessa età. Questi bambini, ad esempio, all’inizio del percorso scolastico, mostrano difficoltà a riconoscere le lettere dell’alfabeto, a far corrispondere i grafemi ai giusti fonemi e, soprattutto, effettuano questo passaggio grafema-fonema in maniera non automatizzata. Si tratta di una difficoltà che si può ripercuotere sull’apprendimento scolastico e su tutte le attività quotidiane che richiedono la lettura di testi scritti».


Quando è possibile effettuare una diagnosi di dislessia e cosa è opportuno fare?
«Segni che possono essere predittori si possono rilevare già prima che i bambini imparino a leggere. Poi, i primi anni della scuola elementare sono molto importanti per accorgersi delle eventuali difficoltà e mettere già in atto un percorso di potenziamento e sostegno delle abilità di lettura, ma la diagnosi ufficiale può essere effettuata solo alla fine della seconda elementare.


I disturbi dell’apprendimento sono disturbi che rappresentano una condizione costante nella vita, ma si possono migliorare molto le abilità strumentali e individuare le strategie più adatte per compensare le difficoltà. È importante monitorare l’andamento del bambino, cercare di intervenire fin da subito e rivolgersi a psicologi o neuropsichiatri infantili che, attraverso test specifici, possono effettuare la diagnosi. Chi ha dubbi può rivolgersi al servizio pubblico regionale di competenza o all’Associazione Italiana Dislessia».


A proposito di abilità di lettura, parliamo del Progetto Skies of Manawak, il videogioco per il training delle funzioni esecutive nei bambini.
«Lo sviluppo del progetto Skies of Manawak è iniziato a partire dal 2015 presso l’università di Trento in collaborazione con Zeno Menestrina e Adriano Siesser del Dipartimento di Ingegneria e Scienze della Formazione, sotto la supervisione delle professoresse Venuti e De Angeli. Volevamo dimostrare l’efficacia di un videogioco che andasse a lavorare su aspetti dominio-generali (cioè che non riguardano nello specifico la lettura) per andare ad allenare funzioni esecutive come memoria di lavoro, flessibilità cognitiva, controllo inibitorio che sappiamo essere fondamentali per la lettura stessa.


Ad esempio, quando dobbiamo leggere, il nostro sistema attenzionale deve guidarci nell’acquisizione del testo scritto, dobbiamo avere buone capacità di memoria di lavoro per mantenere in memoria le informazioni fonologiche, dobbiamo possedere un’ottima flessibilità cognitiva per estrarre in modo efficiente determinate informazioni dalla pagina. Quindi sì, leggere è un’abilità linguistica, ma se non possediamo tutta una serie di prerequisiti come le funzioni esecutive, fatichiamo molto. La domanda che ci siamo fatti sviluppando il videogioco è stata: se ci focalizziamo esclusivamente su funzioni esecutive e controllo attenzionale, quanto possiamo migliorare le abilità di lettura, che non vengono toccate da questo videogioco (perché non chiediamo ai bambini di leggere mentre giocano)? Il nostro obiettivo è stato verificarne l’efficacia su bambini, parlanti italiano, tra i 9-12 anni di età».


Cosa avete concluso?
«Dopo un processo della durata di due anni legato allo sviluppo e al design del videogioco, abbiamo raccolto dei dati con un gruppo di 79 bambini a sviluppo tipico, senza deficit, che ha giocato a Skies of Manawak per 12 ore e un altro gruppo di 71 bambini che ha svolto un’attività di controllo, cioè ha giocato a Scratch, un software sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’MIT (Massachusetts Institute of Technology) che permette ai bambini di imparare a programmare storie interattive, giochi. È un’attività che abbiamo scelto perché richiede, sì controllo attenzionale e funzioni esecutive, ma è anche divertente e molto apprezzata dai bambini di questa fascia di età.


Alla fine delle 12 ore di training, abbiamo risomministrato dei test standardizzati per la valutazione della lettura e delle funzioni esecutive e abbiamo verificato le differenze tra i due gruppi: quello che si era allenato con Skies of Manawak è migliorato significativamente non solo nel controllo attenzionale, ma anche nelle abilità di lettura. Questi bambini sono diventati più veloci a leggere e hanno ridotto il numero di errori rispetto al gruppo che ha giocato a Scratch. Questa differenza tra i due gruppi si è mantenuta anche a sei mesi di distanza».


Perché avete pensato proprio a un videogioco?
«Non volevamo sviluppare il classico brain training che viene utilizzato dagli adulti in cui gli esercizi cognitivi hanno questa cornice ludica di gamification, ma, alla fine, è evidente l’obiettivo dell’allenamento. Volevamo, invece, creare un vero e proprio videogioco, con una narrazione, in modo che i bambini fossero ingaggiati a compiere i diversi esercizi e, per quanto possibile, svolgessero gli allenamenti senza sentire il carico di una richiesta di svolgimento».


Skies of Manawak è in commercio?
«Al momento, il videogioco non è in commercio, è disponibile solo per scopi di ricerca. Alla fine di quest’anno apriremo un grande evento in tutta Italia in cui sarà possibile iscriversi e partecipare da remoto; quindi, daremo la possibilità di giocare direttamente a casa propria. Vogliamo prima effettuare tutti gli studi del caso per dimostrarne l’efficacia, dopodiché sarà disponibile al grande pubblico».


Pensa che questo videogioco possa essere utile anche nel trattamento dei bambini con diagnosi di DSA?
«Abbiamo dei dati non pubblicati in cui abbiamo somministrato il gioco a bambini con diagnosi di DSA e i risultati sono stati positivi, quindi, sicuramente, può essere utile metterlo in integrazione al normale percorso di trattamento. È pensato come strumento per migliorare le capacità di lettura».


Più in generale, viviamo in un’epoca in cui metaverso e videogiochi sono all’ordine del giorno. Dal suo punto di vista, in che modalità è ottimale per i bambini utilizzare questi strumenti? Dov’è che inizia e finisce il beneficio, lasciando spazio alla dipendenza?
«L’uso dei media in generale è una questione di grande interesse. Il problema è relativo a quanto tempo lasciamo i bambini davanti a uno schermo. Bisogna focalizzarsi sul giusto mezzo. I videogiochi possono essere strumenti straordinari dal punto di vista educativo, sia per il potenziamento di abilità cognitive, come il controllo attenzionale, sia per quanto riguarda altri obiettivi di apprendimento. Quello che è fondamentale è il quantitativo di tempo, che non deve essere mai eccessivo e la tipologia di strumento che utilizziamo. È fondamentale che gli adulti supervisionino i bambini, non possono e non devono avere libero accesso a tutto».


Lei si occupa anche di bambini che soffrono di disturbi dello spettro autistico: in questo caso, che ruolo possono avere i videogame e quanto è importante la socializzazione? 
«Un videogioco come Skies of Manawak potrebbe essere potenzialmente utilizzato per bambini con disturbi dello spettro autistico, anzi, spero in futuro di poter lanciare un progetto pilota a riguardo. L’idea, in questo caso, sarebbe valutarne l’efficacia in base alla capacità del bambino di pianificare e portare a termine le attività proposte e al miglioramento di alcune variabili cognitive, misurabili attraverso test standardizzati.


Ci sono già dati che suggeriscono come videogiochi d’azione utilizzati su bambini con disturbi dello spettro autistico possano portare a miglioramenti nelle capacità attenzionali. Per quanto riguarda la socializzazione, sono stati organizzati gruppi di gioco con ragazzi affetti dai disturbi dello spettro autistico e i risultati sono stati positivi in termini di creazione di un network di socializzazione con obiettivi specifici comuni e per favorire lo sviluppo delle relazioni».


La DAD è stata una modalità di insegnamento forzata da una situazione che tutti noi ben conosciamo. Ma, più in generale, quanto la tecnologia, il machine learning e l’intelligenza artificiale stanno facendo e faranno per le generazioni future a livello di evoluzione e miglioramento delle modalità e capacità di imprendimento?
«Le potenzialità della tecnologia a supporto degli aspetti educativi sono enormi, sia in termini di arricchimento della proposta, ma, soprattutto, di realizzazione di programmi didattici sempre più inclusivi e personalizzati, che possano essere funzionali anche ai diversi profili di apprendimento e neurocognitivi dei bambini.


La DAD ha fatto emergere chiaramente le criticità per quanto riguarda la partecipazione degli alunni e, soprattutto, di quelli con bisogni educativi speciali. È sempre più chiaro che la tecnologia può essere estremamente utile, ma deve essere accompagnata da adeguata formazione, da adeguato supporto per poter essere fruita in modo funzionale. Ricordo un’indagine effettuata ad aprile 2020 dalla Fondazione Agnelli: aveva dimostrato quanto almeno la metà degli alunni con bisogni educativi speciali fosse formalmente sparita dalla DAD, un alunno con bisogni educativi speciali su quattro era stato completamente escluso dalla fruizione della didattica a distanza a causa di problematiche tecniche e di scarse competenze informatiche, sia da parte dei genitori, che da parte della scuola.


L’obiettivo è superare queste barriere, rendere accessibili e fruibili gli strumenti di apprendimento a prescindere dalla distanza. Spero che la DAD abbia dato il via all’integrazione della didattica di tipo tradizionale, con l’obiettivo di entrare in quella che si chiama didattica digitale integrata; quindi, creare uno spazio di lavoro che permetta un’adeguata personalizzazione dei materiali didattici e favorisca l’utilizzo di strategie metodologiche didattico educative. In questo quadro la tecnologia è fondamentale».





Angela Pasqualotto è una psicologa clinica e ha ottenuto il suo dottorato di ricerca in Scienze Cognitive presso l’Università di Trento (IT). Oggi è Post Doc all’Università di Ginevra dove si occupa degli aspetti psicologici e cognitivi dell’interazione tra bambini e tecnologia, con particolare attenzione alla progettazione e alla valutazione di strumenti innovativi per studenti con bisogni educativi speciali.

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