Sostenibilità

Ecco come il patrimonio edilizio diventa una miniera urbana

di Redazione

3 minuti

Individuare e quantificare i materiali presenti in edifici vecchi o in disuso per reimpiegarli in progetti di riqualificazione architettonica o di nuova costruzione. È l’innovativa metodologia messa a punto da ENEA e Sapienza Università di Roma in un’ottica di economia circolare. La ricerca, condotta nell’ambito del progetto ES-PA dell’ENEA e pubblicata sulla rivista Sustainable Chemistry and Pharmacy, ha dimostrano che oltre il 95% dei materiali da demolire possono essere riutilizzati per la riqualificazione della struttura stessa (35%) e per altri impieghi (60%), senza finire in discarica.

La metodologia prevede una raccolta dei dati sui materiali dettagliata che consente una maggiore accuratezza dei risultati, in termini di composizione, intensità e distribuzione geografica.
Prevede cinque fasi successive:
1. Analisi tecnologica dell’edificio;
2. Individuazione e stima quantitativa dello stock di materiali presenti nell’edificio;
3. Progetto di riqualificazione architettonica e ambientale dell’edificio con l’adozione di strategie circolari; 4. Stima quantitativa dei materiali rimossi e individuazione della loro destinazione finale;
5. Valutazione dell’efficacia dell’intervento con indicatori di circolarità e decarbonizzazione.

È stata applicata su uno dei tanti siti di archeologia industriale presenti in Italia, che occupano il 3% del territorio per una superficie di 9 mila chilometri quadrati. Nello specifico, a un progetto di recupero di un deposito degli autobus di 11 mila metri quadrati, costruito a Roma negli anni ‘30 e in disuso dal 2008.

“L’approccio proposto consente la valutazione a diverse scale, da quella nazionale per individuare l’entità dei materiali recuperabili dal patrimonio edilizio italiano con la finalità di supportare un piano di uso efficiente delle risorse a livello Paese, passando per quella intermedia finalizzata alle pianificazioni strategiche locali o di aree caratterizzate da omogeneità nei caratteri costruttivi, fino ad arrivare alla scala locale con l’obiettivo di fornire strumenti operativi per la pianificazione delle aree urbane, di quartieri o di singoli edifici”, spiega Antonella Luciano, ricercatrice del Laboratorio ENEA Valorizzazione delle risorse nei sistemi produttivi e territoriali e coautrice dello studio insieme a Laura Cutaia (ENEA), Paola Altamura e Serena Baiani di Sapienza Università di Roma.

Dalle analisi preliminari è emerso che il deposito preso in considerazione ha circa 18mila m3 di materiali, in prevalenza cemento armato, per un peso complessivo di circa 35mila tonnellate e una quantità di carbonio incorporato di oltre 15mila tonnellate di CO2. Il progetto di riqualificazione architettonica prevede la conservazione della struttura in cemento armato e il recupero quasi totale di alcuni materiali ed elementi strutturali come finestre con telaio in ferro e porte in legno. Per i materiali da demolire – come intonaco, piastrelle, mattoni e impianti – è stato previsto l’invio fuori sito per il riciclo nelle rispettive catene del valore, attraverso impianti presenti sul territorio di Roma o per la rigenerazione finalizzata a riutilizzi futuri.




La presenza diffusa di siti dismessi rappresenta un’opportunità di rigenerazione urbana e di valorizzazione degli stock di materiali presenti negli edifici. L’elevata quantità di materiali e componenti, edifici e infrastrutture ‘a fine vita’ può essere considerata come una vera e propria miniera urbana. “Su un totale di oltre mille metri cubi di materiali da demolire solo una minima quantità (4,7% in volume e 4,2% in peso) è destinata allo smaltimento in discarica perché potenzialmente pericolosa. E questa metodologia è applicabile a tutte le tipologie costruttive che comprendono non solo edifici industriali dismessi, ma anche edilizia residenziale e scolastica”, spiega Antonella Luciano.

Per promuovere questa nuova metodologia si considerano fondamentali quattro fattori: quantificazione del valore ambientale dello stock di materiali di costruzioni in disuso o a fine vita, banche dati dei materiali e mappature georeferenziate per conoscere le aree di distribuzione dei materiali potenzialmente riutilizzabili presenti su un territorio, integrabili nei software BIM (Building Information Modeling) per l’ottimizzazione della pianificazione, della realizzazione e della gestione delle costruzioni, piattaforme di scambio di componenti e materiali provenienti dalle decostruzioni.

Un sistema che darebbe il via ad un processo di sostenibilità che ha come obiettivo un settore, quello delle costruzioni, responsabile, a livello globale, del 60% del consumo di materie prime, del 23% delle emissioni di anidride carbonica e del 50% dei rifiuti prodotti dalle attività di costruzione e demolizione.

Riproduzione Riservata © 2024 Scitizenship

Aggiornato il 05/15/2024

Articoli correlati