La plastica è diventata una presenza costante nella nostra vita quotidiana. Dai sacchetti della spesa ai componenti delle automobili, dagli imballaggi agli elettrodomestici, è ovunque. Ma che fine fa la plastica che produciamo, utilizziamo e gettiamo via ogni giorno? Una recente ricerca, condotta da Quanyin Tan, Khaoula Houssini e Jinhui Li, ricercatori dell’Università Tsinghua, e pubblicata su Communications Earth & Environment, svela i retroscena della filiera globale della plastica, tracciando un quadro affascinante e inquietante, al tempo stesso.
Nel 2022, la produzione globale di plastica ha raggiunto 400 milioni di tonnellate, una cifra impressionante se si pensa che negli anni ’50 si producevano appena 2 milioni di tonnellate. Nonostante le promesse di alternative sostenibili, il 98% di questa plastica è ancora derivata da fonti fossili come petrolio e carbone. Le bioplastiche, tanto discusse negli ultimi anni, rappresentano appena il 2% del totale.
La domanda globale di plastica, inoltre, non mostra segni di rallentamento. Anzi, secondo le previsioni, nei prossimi 25 anni la domanda potrebbe addirittura raddoppiare. Questo trend rende sempre più urgente affrontare il problema della plastica non solo come rifiuto, ma come elemento integrante di una crisi ambientale complessa.
La produzione e il commercio della plastica non sono distribuiti in modo omogeneo. I paesi ricchi di risorse naturali, come petrolio e carbone, forniscono le materie prime necessarie, mentre le nazioni dotate di grandi capacità industriali, come la Cina, dominano la trasformazione e la produzione di manufatti plastici. Solo la Cina, ad esempio, ha prodotto il 32% della plastica mondiale nel 2022. Non sorprende, quindi, che anche il commercio di plastica sia estremamente dinamico: oltre 436 milioni di tonnellate di materiali plastici (in diverse fasi di lavorazione) hanno attraversato le frontiere internazionali nell’arco di un solo anno .
Un altro dato significativo riguarda l’Unione Europea, che è diventata un importatore netto di rifiuti plastici. Dopo che la Cina ha vietato l’importazione di rifiuti nel 2018, molte nazioni europee si sono trovate a dover ripensare radicalmente il proprio modello di gestione dei rifiuti.
E, se pensiamo alla plastica come a un ciclo chiuso fatto di produzione, uso e smaltimento, dobbiamo purtroppo riconoscere che il sistema è ancora ben lontano dall’essere sostenibile. Nel 2022 sono stati generati circa 268 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Di questi il 40% è finito in discarica, il 34% è stato incenerito e solo il 9% è stato effettivamente riciclato. Anche in paesi avanzati come gli Stati Uniti, la situazione è critica: oltre il 70% dei rifiuti plastici viene ancora destinato alla discarica .
Questo scenario rende evidente che il riciclo, pur essendo fondamentale, non può da solo risolvere il problema. Ma, parlare di inquinamento da plastica significa anche riconoscere un paradosso: sebbene la plastica sia una delle principali fonti di inquinamento globale, dal punto di vista delle emissioni di CO₂ essa si rivela, in molti casi, meno impattante di alternative come il vetro o i metalli.
Questo significa che eliminare la plastica potrebbe paradossalmente aggravare alcuni problemi ambientali. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di ripensare l’intero ciclo di vita della plastica, investendo nell’economia circolare: progettare prodotti più durevoli, facilitare il riuso, incentivare il riciclo efficiente e sviluppare alternative sostenibili solo dove davvero necessarie.
Secondo gli autori dello studio, è fondamentale implementare su scala globale i principi della economia circolare. Solo così sarà possibile trasformare la plastica da problema a risorsa, limitando la pressione sull’ambiente e costruendo un’economia più resiliente. La plastica non sparirà dalle nostre vite, almeno non nel breve periodo. Ma ciò che possiamo cambiare è il nostro modo di produrla, usarla e smaltirla.
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Cosa succede alla plastica che usiamo?
di Redazione
3 minuti
30/04/2025
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Aggiornato il 05/05/2025