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Una “terza via” terapeutica per l’Alzheimer

di Redazione

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18/12/2025

Negli ultimi anni la ricerca sull’Alzheimer ha compiuto passi significativi grazie all’arrivo dei nuovi farmaci immunoterapici capaci di ridurre le placche di amiloide, una delle firme biologiche più note della malattia. Tuttavia, i benefici clinici osservati finora sono modesti e insufficienti a cambiare in modo decisivo il decorso della patologia. Per questo motivo molti ricercatori stanno cercando nuove strade per valutare e, potenzialmente, potenziare l’efficacia delle terapie.

Uno dei contributi più innovativi arriva ora da uno studio coordinato dall’Università di Padova, realizzato in collaborazione con il Centro Ospedaliero Universitario di Losanna e Chiesi Farmaceutici, che propone di spostare l’attenzione dalle sole placche al modo in cui le aree del cervello comunicano tra loro, ovvero sulla connettività cerebrale.

«La connettività del cervello è un indicatore sensibile e precoce dei cambiamenti legati all’Alzheimer» spiega il dottor Lorenzo Pini, del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova e primo autore dello studio. «È un approccio che guarda al cervello come a una rete dinamica di connessioni. Un modello che stiamo applicando anche a ictus e tumori, a dimostrazione di quanto questo paradigma sia trasversale nel campo della neurologia».

Il ragionamento alla base dello studio è semplice e rivoluzionario. Se l’Alzheimer non altera solo le cellule dei singoli distretti cerebrali, ma compromette l’intero sistema di comunicazione tra le aree, allora anche la valutazione dei farmaci dovrebbe misurare quanto questi siano in grado di preservare o ripristinare tali connessioni. Un cambio di prospettiva che potrebbe migliorare la capacità di individuare i trattamenti davvero utili nella fase precoce della malattia.

«La nostra review evidenzia come rafforzare la connettività cerebrale possa aiutare a migliorare la valutazione dei farmaci, ma anche aprire la strada a nuove terapie capaci di agire sull’ecosistema cerebrale nel suo insieme» aggiunge il professor Maurizio Corbetta, corresponding author dello studio.

Il progetto, pubblicato sulla rivista Brain, mostra anche il valore della collaborazione tra accademia e industria. «Lo studio dimostra il valore della sinergia tra ricerca e industria» sottolinea il dottor Bruno Imbimbo, Global Project Leader di Chiesi Farmaceutici. «Una collaborazione che ci permetterà di sviluppare modelli avanzati che guidino la scoperta di terapie davvero efficaci per i pazienti.»

La proposta apre così una “terza via” nella lotta all’Alzheimer, non limitarsi a ridurre le placche di amiloide né solo a osservare l’evoluzione clinica dei sintomi, ma puntare anche alla salute delle connessioni cerebrali, un indicatore forse più vicino al modo in cui la malattia altera l’identità cognitiva della persona.

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Aggiornato il 12/10/2025

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