Medicina

Un farmaco per il diabete rallenta lo sviluppo del morbo di Parkinson

di Redazione

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Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa cronica che colpisce il sistema nervoso, causando la progressiva perdita di cellule cerebrali che producono dopamina. La carenza di dopamina porta a una serie di sintomi motori, tra cui tremori, rigidità muscolare, lentezza dei movimenti e difficoltà nel mantenere l’equilibrio.

Questa malattia neurodegenerativa colpisce un numero significativo di persone in tutto il mondo e si stima che, attualmente, ne siano affetti tra i 7 e i 10 milioni di individui a livello globale e tra le 250.000 e le 300.000 persone in Italia. La maggior parte dei casi si verifica dopo i 60 anni ma il morbo di Parkinson può colpire anche individui più giovani, con una percentuale piccola ma significativa di casi che si sviluppano prima dei 50 anni.

Attualmente non esiste una cura definitiva, ma sono disponibili diverse terapie e trattamenti consolidati mirati a gestire e mitigare i sintomi, contribuendo complessivamente al miglioramento della qualità della vita dei pazienti. La terapia farmacologica può includere l’uso di farmaci che aumentano i livelli di dopamina nel cervello, come la levodopa, o che agiscono sul sistema nervoso per controllare i sintomi. Altri approcci terapeutici sono in fase di sviluppo e includono la terapia genica e la terapia con cellule staminali. Inoltre, gli sforzi nella ricerca proseguono per sviluppare nuove terapie e trattamenti che possano rallentare la progressione della malattia o addirittura prevenirla.

Secondo un nuovo studio clinico guidato da Olivier Rascol, ricercatore sul morbo del Parkinson presso l’Ospedale Universitario di Tolosa in Francia, i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine la lixisenatide, un agonista del recettore del peptide glucagone simile-1 (GLP-1) utilizzata nel trattamento del diabete, ha dimostrato proprietà neuroprotettive in un modello murino del morbo di Parkinson.

Diversi studi hanno mostrato un legame tra diabete e Parkinson. Le persone affette da diabete hanno circa il 40% in più di probabilità di sviluppare il Parkinson. Inoltre, le persone che hanno sia il Parkinson che il diabete spesso vedono una progressione più rapida dei sintomi rispetto a coloro che hanno solo il Parkinson.

Studi sugli animali hanno suggerito che alcuni farmaci GLP-1, che influenzano i livelli di insulina e glucosio, possono rallentare i sintomi del Parkinson. Studi precedenti, pubblicati nel 2013 e nel 2017, hanno suggerito che l’exenatide, un altro farmaco per il diabete, potrebbe fare lo stesso nelle persone.

Nello studio più recente, guidato da Rascol, sono stati coinvolti 156 partecipanti con sintomi di Parkinson lievi o moderati, che già assumevano il trattamento con il farmaco standard per il Parkinson, la levodopa, o altri farmaci. Per un anno mesi, metà di loro ha assunto la lixisenatide, l’altra metà un placebo.

Dopo 12 mesi, i soggetti del gruppo di controllo che avevano ricevuto il placebo hanno mostrato un peggioramento dei sintomi. In particolare, il loro punteggio era aumentato di tre punti su una scala utilizzata per valutare la gravità del Parkinson, che misura la capacità delle persone di svolgere attività come parlare, mangiare e camminare. I partecipanti che hanno assunto il farmaco invece non hanno subito variazioni nei punteggi su questa scala, un vantaggio in una condizione caratterizzata dalla progressiva perdita del controllo motorio. Tuttavia, il trattamento ha provocato effetti collaterali gastrointestinali, come la nausea (in quasi metà dei pazienti) e il vomito nel 13% delle persone che hanno assunto il farmaco.

Ulteriori e più ampi studi sono necessari per controllare gli effetti collaterali, determinare la migliore dose e la sicurezza della lixisenatide nelle persone affette dal morbo di Parkinson, ma i ricercatori affermano che la sperimentazione segna un passo promettente nel tentativo decennale di affrontare questo disturbo comune e debilitante. “Questo è il primo studio clinico multicentrico su larga scala a fornire quei segnali di efficacia che sono stati cercati per tanti anni”, afferma Rascol. La cautela, considerata la lunga storia di tentativi che alla fine non hanno funzionato nella ricerca di una cura, resta d’obbligo ma le prospettive che riguardano non solo la lixisenatide ma anche altri farmaci della classe GLP-1 più recenti (la lixisenatide è stata sviluppata negli anni 2000) sono di grande interesse e potenziale. “Farmaci più recenti”, sottolinea David Standaert, neurologo dell’Università dell’Alabama a Birmingham che non ha partecipato allo studio interpellato da Nature a riguardo, “potrebbero offrire effetti collaterali minori e più lievi o funzionare a dosi più basse.”

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Aggiornato il 05/15/2024

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