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SLA, perché le cellule non riescono a riparare il DNA danneggiato?

di Redazione

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27/06/2025

Una nuova ricerca italiana getta luce su uno dei meccanismi chiave che contribuiscono alla progressione della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA): l’incapacità delle cellule di riparare correttamente il DNA danneggiato. Questo difetto, secondo lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Death & Differentiation, sarebbe in parte causato dagli aggregati di proteine anomale che caratterizzano la malattia.

Lo studio è stato condotto presso l’Istituto di genetica molecolare “Luigi Luca Cavalli-Sforza” del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Cnr-Igm), con il supporto della Fondazione AriSLA, e ha coinvolto un ampio consorzio di istituzioni scientifiche come IFOM di Milano, l’Istituto Mondino di Pavia, Sapienza Università di Roma, Università di Tor Vergata e altri centri del CNR.

La SLA è una patologia neurodegenerativa ancora senza cura, che colpisce i motoneuroni, portando progressivamente alla paralisi. Le diagnosi sono in aumento, soprattutto nei Paesi industrializzati, e si stima che entro il 2040 i casi in Europa passeranno dagli attuali 28.000 a circa 35.000. Questo incremento, unito all’assenza di trattamenti efficaci, rappresenta una crescente sfida per i sistemi sanitari e per la ricerca scientifica.

In condizioni normali, le cellule sono dotate di un sistema di sorveglianza sofisticato chiamato DNA Damage Response (DDR), capace di rilevare e riparare i danni al DNA che si verificano quotidianamente a causa di stress ambientali, errori metabolici e altri fattori. Tuttavia, nei pazienti con SLA, questo sistema sembra essere compromesso.

I ricercatori hanno scoperto che le proteine FUS e TDP-43, note per accumularsi nelle cellule nervose dei pazienti affetti da SLA, interferiscono con la capacitĂ  della cellula di attivare i meccanismi di riparazione del DNA. Il risultato? Un accumulo progressivo di danni genetici che mina la stabilitĂ  del genoma e contribuisce alla morte delle cellule nervose.

“Queste alterazioni compromettono il benessere cellulare e accelerano la neurodegenerazione”, spiega Sofia Francia, ricercatrice del Cnr-Igm e coordinatrice dello studio. “Abbiamo identificato i principali attori coinvolti in questo difetto e testato, a livello cellulare, una molecola giĂ  approvata per usi antibatterici e recentemente studiata anche per le sue proprietĂ  antitumorali. I risultati preliminari sono molto incoraggianti”.

La possibilità di utilizzare un farmaco già disponibile sul mercato per contrastare la SLA apre una nuova e promettente via terapeutica. Questo approccio, noto come drug repurposing, può accelerare notevolmente i tempi di sviluppo di una cura, poiché bypassa alcune delle fasi più lunghe della sperimentazione clinica.

Anna Ambrosini, responsabile scientifica di Fondazione AriSLA, sottolinea l’importanza della continuitĂ  nella ricerca: “Questi risultati sono il frutto di studi che abbiamo sostenuto nel tempo. Confermano quanto sia cruciale investire in progetti di alta qualitĂ  e mantenere una visione a lungo termine per affrontare malattie complesse come la SLA”.

Il lavoro del team italiano rappresenta un passo importante verso la comprensione della malattia e apre nuovi scenari per lo sviluppo di strategie terapeutiche. Se i risultati verranno confermati anche in modelli preclinici e clinici, potremmo essere di fronte a un importante progresso nella lotta contro la SLA.

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Aggiornato il 06/24/2025

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