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Scoperto un nuovo gene contro la malaria

di Redazione

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23/03/2026

La genetica umana continua a offrire indizi preziosi su come alcune popolazioni si siano adattate nel corso della storia alle malattie infettive. Ora, un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature mostra come una variante genetica presente nella popolazione sarda possa ostacolare la crescita del parassita responsabile della malaria.

La ricerca è stata condotta da un gruppo di scienziati e scienziate dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) di Cagliari e dell’Università degli Studi di Sassari e potrebbe aprire la strada a nuove strategie terapeutiche contro una delle malattie infettive più diffuse al mondo.

Nonostante i progressi della medicina, la malaria rimane un grave problema di salute globale. Ogni anno provoca oltre 600.000 morti, soprattutto nei Paesi tropicali. Uno degli aspetti più complessi della malattia è la grande variabilità con cui si manifesta. Alcune persone sviluppano forme molto gravi, mentre altre presentano sintomi più lievi o addirittura nessun segno evidente dell’infezione. Comprendere le ragioni biologiche di queste differenze rappresenta una delle sfide più importanti della ricerca biomedica.

La scoperta nasce da un’analisi genetica condotta su circa 7.000 volontari coinvolti nello studio di popolazione SardiNIA, un grande progetto di genetica che studia in che modo il patrimonio genetico degli abitanti della Sardegna influenzi numerosi aspetti della salute.

Durante queste analisi i ricercatori hanno individuato una variante del DNA associata ad alcune caratteristiche particolari dei globuli rossi, le cellule del sangue in cui vive e si moltiplica il parassita della malaria. «La variante riduce l’attività del gene CCND3, che regola lo sviluppo dei precursori dei globuli rossi», spiegano le ricercatrici Maria Giuseppina Marini, Maura Mingoia e Maristella Steri del Cnr-Irgb, prime autrici dello studio. «Questo porta alla produzione di globuli rossi circolanti più grandi e con caratteristiche specifiche».

Per capire se queste differenze cellulari potessero avere un effetto sull’infezione, i ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti in laboratorio infettando i globuli rossi con Plasmodium falciparum, il principale agente della malaria. I risultati sono stati sorprendenti. Nei globuli rossi che possiedono la variante genetica il parassita non riesce a proliferare normalmente.

«Abbiamo osservato una forte inibizione della crescita del parassita fino alla sua morte», spiega Antonella Pantaleo dell’Università di Sassari, che ha coordinato gli esperimenti di infezione. Il fenomeno sembra essere legato a un aumento dello stress ossidativo all’interno dei globuli rossi, che crea un ambiente sfavorevole per il microrganismo. Un meccanismo che ricorda quello osservato nelle persone con deficit dell’enzima G6PD, una condizione genetica che, pur causando alcuni problemi metabolici, offre anche una certa protezione contro la malaria.

Secondo i ricercatori, la diffusione della variante genetica in Sardegna potrebbe essere il risultato di una pressione evolutiva legata proprio alla malaria, che in passato era endemica sull’isola. «La genetica umana conserva tracce delle malattie che hanno colpito le popolazioni nel corso della storia», spiega Francesco Cucca, genetista dell’Università di Sassari e del Cnr-Irgb e coordinatore dello studio. «Questo ci permette di identificare adattamenti biologici selezionati dall’evoluzione».

Le analisi evolutive suggeriscono, infatti, che la variante abbia offerto in passato un vantaggio di sopravvivenza, favorendo la sua diffusione nella popolazione sarda.

Oggi la variante è relativamente comune in Sardegna, ma è assente nelle regioni del mondo dove la malaria è ancora diffusa. Tuttavia proprio questo “esperimento naturale” potrebbe diventare una fonte di ispirazione per la medicina. «La natura ci ha mostrato un modo efficace per bloccare la malaria», conclude Cucca. «La sfida ora è trasformare questo meccanismo biologico in una terapia, cercando di riprodurre farmacologicamente l’effetto protettivo della variante».

Se questo approccio dovesse avere successo, potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci capaci di imitare il sistema di difesa messo a punto dall’evoluzione umana.

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Aggiornato il 03/10/2026

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