Quanto possiamo fidarci della nostra percezione? La risposta potrebbe essere meno scontata di quanto immaginiamo. Un nuovo studio condotto dall’Università di Bologna mostra, infatti, che le aspettative non influenzano soltanto ciò che percepiamo, ma anche il grado di sicurezza che attribuiamo alle nostre decisioni. In altre parole, più ci aspettiamo che qualcosa accada, più tendiamo a sentirci certi di averla vista, anche quando le prove sensoriali non sono sufficienti a giustificare tale sicurezza.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Advanced Science, identifica per la prima volta un meccanismo neurale responsabile di questo fenomeno: le oscillazioni alfa della corteccia parietale destra, una regione cerebrale coinvolta nell’integrazione delle informazioni sensoriali e nei processi decisionali.
Da tempo le neuroscienze cognitive hanno dimostrato che il cervello non si limita a registrare passivamente ciò che accade nel mondo esterno. Al contrario, costruisce continuamente previsioni basate sulle esperienze passate e sulle informazioni disponibili, utilizzandole per interpretare ciò che percepisce. Il nuovo studio aggiunge un tassello importante a questa visione. Gli scienziati hanno scoperto che le aspettative non modificano necessariamente l’accuratezza delle nostre decisioni percettive, ma alterano la fiducia che riponiamo in esse.
In pratica, il cervello può convincerci di essere più sicuri di una risposta semplicemente perché quella risposta corrisponde a ciò che ci aspettavamo.
La ricerca è stata condotta presso il Centro Studi e Ricerche in Neuroscienze Cognitive del Dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari” dell’Università di Bologna, nel campus di Cesena. Per indagare il fenomeno, il team guidato da Luca Tarasi e Vincenzo Romei ha coinvolto oltre 160 partecipanti in due esperimenti complementari, utilizzando una combinazione di elettroencefalografia (EEG) e stimolazione magnetica transcranica (TMS), una tecnica non invasiva che permette di modulare temporaneamente l’attività di specifiche aree cerebrali.
Ai partecipanti veniva presentato, prima di ogni prova, un indizio probabilistico che suggeriva la possibile comparsa di uno stimolo visivo. Successivamente dovevano indicare se lo stimolo fosse effettivamente apparso e quanto fossero sicuri della propria risposta. Il risultato è stato sorprendentemente chiaro. Quando la risposta coincideva con l’aspettativa suggerita dall’indizio, il livello di fiducia aumentava sensibilmente. Al contrario, quando la risposta era in contrasto con quanto previsto, la sicurezza diminuiva. Tutto questo senza alcuna variazione significativa nell’accuratezza effettiva delle prestazioni. In sostanza, le persone non vedevano meglio o peggio. Cambiava soltanto la loro convinzione di aver visto correttamente.
Per comprendere quale area del cervello fosse responsabile di questo effetto, i ricercatori hanno analizzato l’attività neurale registrata tramite EEG. L’attenzione si è concentrata sulle cosiddette oscillazioni alfa, onde cerebrali che oscillano tra gli 8 e i 12 Hertz e che da anni sono associate ai processi di attenzione, percezione e controllo cognitivo. I dati hanno mostrato che l’attività alfa nella corteccia parietale destra era strettamente collegata all’influenza delle aspettative sulla fiducia soggettiva. Ma per dimostrare che questa relazione fosse causale e non soltanto correlativa era necessario un ulteriore passaggio.
Nel secondo esperimento gli studiosi hanno utilizzato la stimolazione magnetica transcranica per inibire temporaneamente la corteccia parietale destra. Il risultato è stato particolarmente significativo. L’effetto delle aspettative sulla fiducia si è ridotto in modo selettivo. Questo significa che quella specifica regione cerebrale svolge un ruolo diretto nel trasformare le aspettative in una sensazione soggettiva di sicurezza.
«La fiducia che abbiamo in una nostra decisione non dipende solo dalla qualità dell’informazione sensoriale», spiega Luca Tarasi, primo autore dello studio. «Il cervello integra continuamente ciò che si aspetta con ciò che percepisce, e questa integrazione plasma il giudizio che diamo su noi stessi». Secondo Vincenzo Romei, coordinatore della ricerca, «la metacognizione non è solo un aggiornamento del nostro modello interno sulla base dell’evidenza sensoriale. Il nostro lavoro suggerisce che l’ideale o l’aspettativa che abbiamo del mondo influenza direttamente anche l’interpretazione della nostra stessa performance».
Lo studio si inserisce nel campo della metacognizione, ovvero la capacità di riflettere sui propri processi mentali e di valutare quanto siano corrette le proprie decisioni. La metacognizione è fondamentale nella vita quotidiana. È ciò che ci permette di capire se abbiamo compreso un testo, se ricordiamo correttamente un’informazione o se siamo davvero sicuri di una scelta. Tradizionalmente si pensava che questo processo dipendesse soprattutto dalla qualità delle informazioni disponibili. I risultati della ricerca suggeriscono, invece, che il cervello tenga conto anche delle proprie aspettative, introducendo una componente soggettiva che può alterare il giudizio di fiducia.
Gli autori sottolineano che questo fenomeno non rappresenta necessariamente un errore cognitivo. In condizioni di incertezza, affidarsi alle aspettative può, infatti, aiutare il cervello a mantenere stabilità e coerenza nelle decisioni, evitando continui cambiamenti di valutazione. Tuttavia, quando il peso delle aspettative diventa eccessivo, il sistema può produrre distorsioni significative. Una fiducia ingiustificata nelle proprie convinzioni o la difficoltà a mettere in discussione credenze consolidate potrebbero essere almeno in parte collegate a questo meccanismo.
Non a caso, alcuni disturbi psichiatrici sono caratterizzati proprio da una valutazione alterata della realtà e delle proprie prestazioni cognitive. Comprendere come le oscillazioni alfa della corteccia parietale influenzino la fiducia nelle decisioni potrebbe contribuire allo sviluppo di nuovi approcci terapeutici basati sulla stimolazione cerebrale non invasiva.