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Nuove prospettive terapeutiche per la Sindrome di Phelan-McDermid

di Redazione

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27/04/2025

La Sindrome di Phelan-McDermid (PMS) è una malattia genetica rara che rientra tra i disturbi del neurosviluppo e per la quale, al momento, non esiste una cura specifica. Chi ne è affetto presenta generalmente disabilità intellettiva, tratti autistici e sintomi neuropsichiatrici. La causa è riconducibile alla perdita di una piccola porzione del cromosoma 22, che include il gene SHANK3, fondamentale per il corretto funzionamento delle connessioni cerebrali.

Un recente studio internazionale, coordinato dall’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) in collaborazione con l’Università di Ulm in Germania e la Vanderbilt University negli Stati Uniti, ha portato alla scoperta dei meccanismi biologici alla base della sindrome, aprendo al tempo stesso scenari promettenti sul piano terapeutico. I ricercatori si sono concentrati su ciò che accade nel cervello in assenza del gene SHANK3, osservando in particolare come questa mancanza alteri la produzione di proteine fondamentali per il funzionamento dei neuroni.

Tra queste, una proteina in particolare – la Rpl3 – è risultata significativamente ridotta nei soggetti affetti dalla sindrome. È coinvolta nella sintesi proteica all’interno delle cellule, un processo essenziale per il mantenimento delle funzioni neuronali, in particolare in aree cruciali del cervello come la corteccia e lo striato. La sua carenza compromette la capacità del cervello di produrre le proteine necessarie al buon funzionamento delle cellule nervose, generando così difficoltà comportamentali.

Un elemento particolarmente rilevante emerso dallo studio riguarda il ruolo del recettore mGlu5, una sorta di ‘interruttore molecolare’ dei neuroni, che si attiva in risposta a stimoli chimici specifici. I ricercatori hanno dimostrato che, stimolando questo recettore con una determinata molecola, è possibile riattivare la sintesi della proteina Rpl3, con effetti positivi sul funzionamento cerebrale. 

Secondo Chiara Verpelli, ricercatrice del CNR e coordinatrice dello studio, proprio la ridotta produzione di proteine dovuta all’assenza di SHANK3 rappresenta uno dei principali fattori alla base dei disturbi comportamentali tipici della sindrome. Intervenire precocemente e in modo mirato sul recettore mGlu5 potrebbe, dunque, costituire una strategia terapeutica efficace per contrastare tali effetti.

Sebbene i risultati siano ancora oggetto di approfondimento, questa ricerca rappresenta un passo importante nella comprensione della Sindrome di Phelan-McDermid e offre nuove prospettive per lo sviluppo di trattamenti mirati. L’identificazione di un potenziale bersaglio farmacologico, come il recettore mGlu5, apre, infatti, la possibilità di intervenire in modo selettivo su uno dei meccanismi chiave della patologia, ponendo le basi per future terapie capaci di migliorare significativamente la qualità della vita delle persone affette da questa rara condizione.

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Aggiornato il 04/15/2025

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