Medicina

«L’ansia non si gestisce. Il segreto è prendersi cura dei sintomi». Intervista a Michele Mezzanotte

di Redazione

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In un mondo in cui il disturbo d’ansia sembra dilagare e la violenza psicologica può essere insidiosa e pervasiva, l’importanza della psicoterapia e della comprensione della mente umana diventa sempre più evidente. Lo sa bene Michele Mezzanotte, psicoterapeuta e divulgatore scientifico, capace di esplorare i temi cruciali della psicologia moderna, di rispondere a quelle domande che, quotidianamente, attanagliano la maggior parte degli esseri umani, di tutte le età, domande a cui non sempre esiste una risposta. Ma sentirselo dire da un esperto è sicuramente un primo passo per vivere più sereni. I suoi video sui social media vanno dritti al punto. Ha un pubblico di 526k follower su Instagram e di 269k follower su TikTok.

Nel corso dell’intervista abbiamo parlato dei primi sintomi dell’ansia, dei comportamenti che possono identificare la violenza psicologica, della sfida di divulgare la psicologia in un’era dominata dai social media e tanto altro.

Quando ha capito di voler diventare uno psicoterapeuta?
«Ho un ricordo in particolare di quando ho scelto la facoltà. Sfogliando il giornaletto dell’università, mi sono soffermato su architettura e psicologia. Scelsi la seconda e ricordo ancora che i miei genitori dissero ‘puoi fare anche questo’. Non sapevo di voler diventare uno psicoterapeuta, c’è stata sempre poca volontà in tutto in realtà. Anche durante il percorso di studi non sono mai stato pienamente soddisfatto del tipo di psicologia che studiavo, era una psicologia distante dall’essere umano. Ho iniziato a trovare la psicologia che cercavo nei libri che leggevo per conto mio e quando, poi, ho iniziato una scuola di psicoterapia con un indirizzo specifico che mi interessava, molto più umano e aderente a quella che, secondo me, è la psiche delle persone».

Il disturbo d’ansia è la nuova epidemia di questo secolo. Chi colpisce e quali sono i primi sintomi?
«Il disturbo d’ansia colpisce tutte le persone che hanno un carattere controllante o che fanno troppi compromessi nella vita. L’ansia è quel sintomo psicologico che ti sta dicendo che stai facendo troppi compromessi, anche piccoli. Più compromessi fai, più la quota di ansia sale. Più cerchi di controllare te stesso, chi ti sta intorno, la tua vita e le emozioni, più il livello di ansia sale. Ci sono tutta una serie di tecniche che ti insegnano a gestire l’ansia. Peggiorano le cose, proprio perché l’ansia è la patologia del controllo, la possiamo chiamare così. E, quindi, più io vado ad alimentare il controllo attraverso la gestione, più, in realtà, la peggioro come sintomatologia.

Se parliamo di adolescenti l’ansia è più che altro da prestazione, connessa alla scuola, un’ansia relazionale, legata al controllo della performance scolastica o al controllo di sé stessi all’interno di una relazione. Non c’è ancora a quell’età un’ansia diffusa generalizzata. Però, andando avanti, può svilupparsi. I sintomi possono essere di vario tipo, sia fisici quindi sbandamento, mancanza del respiro, senso di soffocamento, sia psicologici, come la procrastinazione, perché cerco di controllare ciò che mi accade attraverso il ritardare le azioni, ritardo per non affrontare. Anche il catastrofismo è una forma d’ansia, pensieri come la vita è brutta, tutto va male, più penso così, più cerco di controllarla. Poi a me piace pensare che bisogna ascoltare chi dice di avere ansia, perché ci sono tanti sintomi specifici, caratteristici di ciascuno, che sono molto più importanti di quelli generici.

L’ansia non si gestisce. I sintomi si curano. Non nel senso di debellarli, bensì di prendersene cura. Vediamo il sintomo come qualcosa di invasivo, come qualcosa che ci sta ostacolando e che dobbiamo eliminare, però il sintomo psicologico è un linguaggio arcaico della psiche che non funzione attraverso le parole. La psiche è nata prima delle parole e ci comunica, attraverso il suo linguaggio, che è ad esempio quello dei sintomi o dei sogni, delle fantasie, dei desideri, delle emozioni. I sintomi sono un linguaggio e ci stanno dando un messaggio, se noi ascoltiamo quel messaggio e ne teniamo cura, il sintomo scomparirà, se non lo ascoltiamo peggiorerà».

Linguaggio del corpo. Come leggerlo? Può farci qualche esempio?
«Il linguaggio del corpo non si deve leggere. Se inizio a focalizzarmi sulla lettura del linguaggio del corpo, metto su un piano secondario la comunicazione diretta e reale con la persona. Quindi, posso sfiziarmi a cercare di capire il linguaggio del corpo di qualcuno perché mi può aiutare, mi può dare delle indicazioni, come un gioco. Ma non deve essere la regola. Se ci affidiamo al linguaggio del corpo inizia ad insinuarsi in noi l’idea che possiamo capire l’altro senza relazionarcisi e questo è dannoso. Quindi è bene usarlo come gioco, ma non come pratica quotidiana.

Un esempio di lettura del linguaggio del corpo è il movimento degli occhi. Se guardi in alto a destra o a sinistra può voler dire o che stai mentendo o che stai attingendo a un ricordo o che stai producendo una fantasia. E si usa, a volte, per definire se una persona sta dicendo una bugia oppure no. Ma attenzione, perché noi non diciamo bugie nello stesso modo, c’è chi dice una bugia attingendo al passato e chi, invece, la dice producendo una fantasia. Quindi, in realtà, non ci sta dicendo se la persona sta dicendo una bugia oppure no. E, in secondo luogo, dire una bugia non è una cosa grave. Se lo si pensa, alla paranoia di vedere se l’interlocutore dice o meno una bugia, si aggiunge anche il giudizio negativo. La bugia è sempre qualcosa di protettivo quindi, quando c’è, devo andare a capire cosa sta proteggendo quella persona attraverso la bugia».

Parliamo di violenza psicologica. Come riconoscerla? Quali sono alcuni dei comportamenti tipo che la identificano?
«Qualsiasi tipologia di relazione può essere soggetta a violenza. A livello descrittivo, è l’utilizzo di una forza impropria ai danni dell’altro. Posso usare la mia forza nelle relazioni in maniera costruttiva, per far vedere chi sono, ma quando questa forza viene usata ai danni dell’altro, allora diventa violenza psicologica. È un tipo di forza distruttiva che danneggia, distrugge l’altro. E lì cominciano i problemi.

Posso fare violenza semplicemente usando il mio carattere. Ognuno di noi ha un carattere che può essere costruttivo o distruttivo nel momento in cui emerge. Posso essere una persona generosa, ma posso fare violenza con la mia generosità. Posso essere una persona rabbiosa, ma posso fare violenza con la mia rabbia. Dipende da come uso quella mia caratteristica. La cosa più spaventosa e reale è che ogni caratteristica del carattere può essere violenta, anche l’empatia può essere molto violenta, anche il donare.

Ad esempio, una caratteristica che apparentemente può essere buona, ma che si trasforma in violenza è quella paternalistica. Le relazioni in cui c’è violenza fisica spesso partono dall’uomo che protegge la donna e la donna che vuole essere protetta dall’uomo. Inizia così e, ad un certo punto, la protezione diventa soffocamento, diventa controllo. Lì c’è violenza. Appena mi sento che l’altro mi sta minacciando, distruggendo c’è una violenza in atto. Dopodiché nelle relazioni ci può essere una piccola violenza quotidiana per sbaglio, per indelicatezza, per incomprensione. Ma, quando è reiterata nel tempo, diventa pericoloso».

Se dovesse associare un disturbo a una generazione, quale assocerebbe alla genZ e quale ai Millennial?
«Non penso che esistano dei disturbi tipici di una generazione. Magari ci sono delle difficoltà a relazionarci con quel tipo di generazione. Però le difficoltà che c’erano una volta ci sono anche oggi. Magari hanno preso nomi e forme diverse, ma non vedo questa divisione generazionale. D’altronde il periodo storico in cui viviamo è creato dalla psiche, dalla somma della psiche di tutti noi».

Divulgare la psicologia. Cosa significa per lei? E i social media che ruolo giocano?
«Seguo anche altri divulgatori e, per me, la possibilità di fare divulgazione è uno dei punti di forza dei social media. Siamo portati a demonizzarli, ma in realtà sono una dimensione nuova stupenda. Come il libro, ai suoi tempi. Quando nacque tutti criticarono il fatto che, da quel momento in poi, le persone sarebbero state con la testa china e le storie non sarebbero più state raccontate a voce. Però poi, pian piano, quando si è imparato ad usarlo, si è capito che in realtà il libro era qualcosa di bello. Stessa cosa succede con i social: ci sono quelli che li criticano ad oggi, ma, man mano che inizieranno ad usarli in maniera costruttiva, li apprezzeranno. E la divulgazione, fatta con etica, è un momento molto costruttivo dei social media. Aiuta le persone ad acquisire più consapevolezza. La psicologia è di tutti, quindi è giusto che io parli il linguaggio di tutti perché è su quel tipo di linguaggio che si basano le difficoltà, non sul linguaggio medico. Non mi interessa».

In questi anni di divulgazione sui social, cosa può dire di aver imparato dal suo pubblico, sia a livello personale che professionale? 
«Ho imparato tanto. La relazione con il pubblico è una delle cose più importanti. Ho iniziato facendo un certo tipo di divulgazione: mi basavo su quelle che erano le maggiori aree di interesse del pubblico, ciò che più li stimolava, più li coinvolgeva. È stato anche un modo per mettermi costantemente in discussione, perché leggere i commenti ti aiuta a capire cosa funziona e cosa no, dove sei efficace e dove non lo sei, dove sei capito e dove no. È un modo per conoscere gli altri. A questo si aggiunge anche il fatto che la mia tipologia di pazienti si è estesa. Professionalmente è stimolante, mi si sono aperte anche molte opportunità».

“La felicità (non) è un mito. Liberati dalla paura di non farcela”. È il titolo del suo ultimo libro, uscito di recente. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Come nel primo libro racconto la problematica trattata in modo originale, non compilativo, utilizzando ad esempio il mito, cercando di essere aderente al concretismo, a ciò che i pazienti mi raccontavano. Ci sono molte testimonianze. In questo libro parto dalla sensazione che proviamo tutti ad un certo punto della nostra vita di essere persi, di non sapere cosa stiamo facendo. Quello è uno dei momenti più importanti, è il momento in cui abbiamo l’opportunità di nascere veramente. A quel punto incominciamo a incontrare i nostri sintomi, i nostri mostri, le nostre patologie. Attraversandoli, riusciamo a trovare un senso e, quindi, a raggiungere quella che chiamiamo felicità, che non è nient’altro che la realizzazione del nostro mito personale».



Michele Mezzanotte

Michele Mezzanotte è uno psicoterapeuta e divulgatore scientifico.

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Aggiornato il 05/15/2024

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