Medicina

La carne colturale è una risorsa per il pianeta: intervista a Cesare Gargioli

di Redazione

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Cesare Gargioli è professore associato presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, dove dirige il Laboratorio di Anatomia Comparata e Ingegneria Tissutale, che si occupa di rigenerazione tissutale e ricostruzione del muscolo scheletrico utilizzando nuove tecnologie di stampa 3D e le cellule staminali normalmente presenti nel muscolo delle persone.

Da circa due anni, il laboratorio ha iniziato a lavorare anche sulla carne colturale, cioè la carne sviluppata da colture di cellule animali e non attraverso l’allevamento e la macellazione tradizionali di animali vivi. In questa intervista a S-citizenship, Gargioli parla dei vantaggi, delle differenze rispetto alla carne di origine animale e delle sfide legate all’approvazione e regolamentazione di questa innovativa forma di produzione alimentare.

Quali sono le principali differenze tra la carne colturale e la carne di origine animale, sia dal punto di vista dei processi di produzione che delle caratteristiche sensoriali?
«Ancora non possiamo rispondere con chiarezza perché stiamo lavorando su un prodotto che è completamente diverso da tutti quelli che stanno commercializzando al momento.

Upside Foods, che è l’azienda americana che sta commercializzando i primi prodotti a base di carne colturale a Singapore, ha recentemente rivelato che c’è una componente pari al 50% di carne colturale, poi il resto è un impasto vegetale a base di legumi. Quindi non è un prodotto creato completamente da colture cellulari. 

Noi stiamo lavorando su un prodotto interamente derivato da agricoltura cellulare producendo la componente muscolare – le proteine – e la componente grassa da cellule animali. La carne è poi strutturata con una stampante 3D che permette di gestire in maniera precisa e controllata la percentuale di porzione proteica e la percentuale di porzione di grasso.

Non l’abbiamo ovviamente mai assaggiata, quindi non sappiamo come sarà dal punto di vista organolettico rispetto alla carne tradizionale. Tra l’altro manca anche un elemento importante che deriva dal sangue, che è la componente ferrosa. In collaborazione con il laboratorio di fisiologia vegetale del nostro dipartimento, stiamo cercando di ovviare a questo problema isolando degli estratti vegetali di barbabietola o di pomodoro arricchiti in componenti ferrosi. Presumo che quando avremo standardizzato il processo ci sarà poca differenza nel sapore, che viene dato dalla componente grassa. Per quel che riguarda la consistenza e così via, vedremo quando avremo strutturato un prototipo abbastanza avanzato».

Quali sono i vantaggi principali della carne colturale in termini di sostenibilità ed etica rispetto alla carne tradizionale?
«A livello di consumi energetici, immagino che il dispendio derivato dalla produzione della nostra carne sia equivalente a quello dei processi di macellazione, di impacchettamento, di affettamento della carne tradizionale. Lì c’è bisogno di temperature controllate tra i 4 e i 10 gradi, si utilizzano nastri per far circolare la carne, macchine che affettano e così via, quindi presumo che il dispendio energetico sia abbastanza equivalente ai processi di lavorazione della nostra carne. 

Ma con la carne colturale non c’è bisogno di sacrificare animali, in quanto per produrla basta prendere una piccola biopsia di muscolo e di grasso, un piccolissimo pezzetto della grandezza di un chicco di riso. Da lì riusciamo a isolare cellule staminali che sono in grado di proliferare – quindi aumentare di numero – e riformare il muscolo e grasso».

Qual è il processo di approvazione e regolamentazione per la commercializzazione della carne colturale?
«Ovviamente questo prodotto dovrà essere regolamentato da degli enti regolatori prima italiani e poi eventualmente europei, anche se sappiamo che l’Italia si è già mossa cercando di bloccarne la produzione e il commercio. C’è già un disegno di legge a riguardo. A questo proposito io e altri miei colleghi abbiamo scritto un articolo su Nature Biotechnology, commentando il fatto che l’Italia si è schierata in maniera così pesante contro questo prodotto, schermandosi dietro al principio di precauzione.

Ma la FDA ha già approvato i primi prodotti e sebbene la EFSA non abbia ancora ricevuto richieste, io penso che a breve accadrà, perché ci sono già aziende europee molto grandi come Mosa Meat che stanno lavorando in questa direzione e non vedo motivi per cui l’agenzia europea possa vietare o contrapporsi alla loro produzione e commercializzazione. 

Se il disegno di legge dell’Italia diventerà una legge – spero sinceramente di no –, sarà un’altra volta l’Italia contro tutti, come è successo anche per gli OGM. Poi non li produciamo, ma siamo costretti a importarli, perché il 99% del foraggio per il bestiame deriva da coltivazioni OGM americane e canadesi. Se l’Italia bloccherà la produzione e l’esportazione, sarà costretta a importare eventualmente prodotti che saranno generati in Europa, perché per la legge del libero scambio europeo non può bloccare l’esportazione di prodotti nella Comunità europea. 

Questo disegno di legge non va a bloccare la ricerca perché ovviamente parla di produzione, importazione ed esportazione, però ovviamente se un investitore estero volesse investire in questo campo, non lo farebbe certo in Italia con un blocco del genere, in un paese dove non si può né produrre né esportare, dove l’investimento sarebbe praticamente perso. Anche per quanto riguarda la Comunità europea, Horizon Europe sta facendo dei programmi di finanziamento sull’argomento, uno dei più famosi è Farm to Fork. Ma se l’Italia avrà questo blocco pesante, poi non so come si comporterà a riguardo la Comunità europea, se privilegerà il finanziamento ad altri paesi rispetto all’Italia vista la forte contrapposizione del governo verso questo prodotto».

Come vengono affrontati i dubbi e le preoccupazioni riguardanti la sicurezza alimentare e la salute umana nel consumo di carne colturale?
«Nell’articolo citato prima, noi abbiamo spiegato che c’è bisogno di regolamentazioni per guidare la produzione di questi prodotti. Ci sono vari modi di produrre la carne colturale: si possono, per esempio, utilizzare vari tipi di cellule, non soltanto cellule naturali come quelle che utilizziamo noi ma anche modificate geneticamente. Noi spieghiamo che ci sarebbe bisogno di una sorta di Asilomar, che è stato uno dei primi convegni sull’ingegneria genetica fatto nel 1975 proprio per regolamentare questa importante tecnologia che era l’ingegneria genetica, quindi la modifica di piante e così via. Ci vorrebbe una tavola rotonda che coinvolga scienziati, rappresentanti governativi, rappresentanti dell’Agenzia regolatoria, per capire come regolamentare in maniera fine e non demonizzare un prodotto che potrebbe essere una risorsa per il nostro pianeta. Anche perché per adesso parliamo di prodotti che sono sempre misti e ad oggi non c’è un prodotto derivato esclusivamente da coltura cellulare. Potrebbe anche rivelarsi un flop e magari essere insostenibile dal punto di vista economico, energetico o per altri problemi. 

Bloccare tutto sul nascere sembra abbastanza precoce, quando la carne colturale potrebbe rivelarsi una risorsa per il pianeta o per l’esplorazione dello spazio. Per esempio, gli astronauti potrebbero generare in autonomia delle proteine di origine animali direttamente nella loro astronave o nell’eventuale stazione spaziale. La carne colturale potrebbe essere anche un’alternativa etica per i vegetariani che non vogliono ingerire proteine animali che derivano dal sacrificio animale. 

È anche importante sottolineare che con questo prodotto non si intende competere con le eccellenze italiane, che poi tra l’altro sono veramente poche per la produzione di carne, perché il 50-60% della carne che si trova nei nostri supermercati deriva tutta da allevamenti fuori Italia e non certo da allevamenti italiani. Poi abbiamo visto recentemente reportage televisivi su alcuni allevamenti intensivi in Italia dove non si rispetta nessuna regola sul benessere animale. Non è vero che gli allevamenti italiani sono il fiore all’occhiello dell’Europa, anche in Italia ci sono allevamenti intensivi che non badano al benessere animale e alla qualità della carne, ma soltanto al guadagno».




Cesare Gargioli è professore associato presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha pubblicato più di 70 articoli in riviste riconosciute a livello internazionale come Nature Medicine, EMBO Molecular Medicine e Biometrials. Dirige il Laboratorio di Anatomia Comparata e Ingegneria Tissutale, che si occupa di rigenerazione tissutale e ricostruzione del muscolo scheletrico utilizzando matrici biomimetiche e nuove tecnologie di stampa 3D.

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Aggiornato il 07/11/2023

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