Medicina

«Genitori, ve lo spiego con un reel». Intervista a Valentina Paolucci, ladottoressadeibambini

di Redazione

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Nel giorno della Giornata internazionale della donna abbiamo incontrato una dottoressa che con le donne lavora da anni. Parliamo di Valentina Paolucci, @ladottoressadeibambini per i social addicted, medico chirurgo specialista in medicina generale e pediatria, mamma di due bimbe, impegnata nella divulgazione di nozioni mediche che possano aiutare i genitori ad essere sempre aggiornati e informati sulla salute dei loro bambini. La sua missione è fornire, attraverso l’utilizzo dei social network, in particolare di Instagram e TikTok, sui quali conta, rispettivamente, 298mila e 164mila follower, una guida sicura e autorevole da consultare anche nei momenti di difficoltà.

Con la Dottoressa abbiamo parlato di allattamento, alto contatto, dieta vegana in svezzamento, pari opportunità ed equa divisione per genitori, che però, non significa parità dei sessi nella genitorialità, di divulgazione medica e di utilizzo dei social media.

Quando nasce la sua passione per il benessere dei bambini?
«In tenera età. Ho sempre voluto, anche nei miei primi lavoretti, cercare il contatto con i bambini. Quando sono uscita dal liceo volevo prendere lingue orientali. E, invece, ho fatto il test per medicina con un gruppo di amiche. Sono stata l’unica a passarlo. Era un segno. Poi, più avanti, ho deciso di chiedere l’internato in neonatologia. Mi sono laureata con una tesi in neonatologia a cavallo con la neuropsichiatria infantile. Crescendo, nelle mie varie esperienze di reparto, ho iniziato a scoprire la pediatra di famiglia e lì ho capito che quella era la mia vera vocazione».

Allattamento e alto contatto: qualche tips per neogenitori?
«Diventare mamma mi ha aperto gli occhi su tanti aspetti propri della genitorialità che non emergono dal solo percorso accademico. In primis l’allattamento, che, nella pratica, è un mondo enorme. E poi l’alto contatto che ne deriva e consiste nell’accudimento del bambino secondo quel rapporto con la mamma dettato dall’istinto, privo di regole imposte dall’esterno, spesso legate a dictat che non hanno alcun fondamento scientifico. Sono tematiche su cui l’opinione pubblica si sta smuovendo, grazie anche ai social che obbligano noi professionisti a rimanere sempre aggiornati. Ma sono ancora un po’ una mosca bianca nel mio settore.

Ho tantissime famiglie che hanno allattato i propri bambini anche fino a quattro/cinque anni senza sentire la pressione del mio giudizio e senza farli sentire patologici. Questo non significa che io sia contraria all’allattamento artificiale, anzi è una grandissima opportunità per quella reale percentuale di mamme che soffre di ipogalattia o di una patologia che non permette l’allattamento al seno oppure per coloro che scelgono liberamente di non allattare. Ma, appunto, deve essere una scelta. Quello contro cui combatto è il fatto che provenga dalla scarsa assistenza o dal sabotaggio dell’allattamento al seno attraverso informazioni sbagliate date da professionisti o non date proprio. Sono ancora troppe le donne che vengono lasciate sole dopo il parto.

Anche nel mondo dell’alto contatto si stanno facendo passi avanti. Prima si pensava che, nella fase del sonno, fosse corretto lasciar piangere il bambino per insegnargli ad essere autonomo. In realtà, è tutt’altro. Il bimbo smette di chiedere perché sa che non verrà ascoltato. Quando sono stata in missione in Africa c’era un orfanotrofio molto grande. Ecco, lì i bambini non piangono perché sanno che la loro richiesta non arriverà a nessuno. C’è spesso la paura che assecondare un alto contatto renda i bambini non autonomi. Non è vero. Se ogni volta che abbiamo sete abbiamo a disposizione una bottiglia di acqua siamo sereni nell’allontanarci perché sappiamo che possiamo tornare alla bottiglia quando vogliamo. Se, invece, quella bottiglia d’acqua ci viene data in piccolissime dosi, quando abbiamo necessità di allontanarci, abbiamo paura di non ritrovarla o di non poterci più accedere. È la stessa cosa che avviene tra una mamma/papà e un bambino».

In fase di svezzamento, è sano proporre una dieta vegana al bambino?
«Assolutamente sì. L’unico handicap di questo tipo di regime alimentare, e lo dice anche l’Accademia Americana di Pediatria, è il fai da te. Ci possono essere gravi carenze nel momento in cui vegano significa solo verdura, sbilanciato e mancanza di integrazione. Seguire un’alimentazione che non preveda, del tutto o in parte, alimenti di tipo animale, se ben bilanciata, è sano per il bambino e non porta a nessuna problematica anzi, molto spesso, si registra una minore incidenza di obesità. Ricordiamoci sempre che le proteine sono contenute anche in un piatto di pasta, l’importante è essere seguiti da uno specialista, che può essere un pediatra formato o un nutrizionista.

È poi fondamentale educarli sin da subito a una dieta variegata. La parola “svezzamento” andrebbe abbandonata perché significa abbandonare un vezzo, che sarebbe il seno, e non è così. È un termine ormai popolare che utilizziamo, ma correttamente andrebbe definita “alimentazione complementare a richiesta”. Noi siamo figli di una generazione in cui i bambini sono stati svezzati a 3 mesi con i liofilizzati, il che significa trasformare i cibi in maniera semiliquida pur di proporli a un bambino molto piccolo che non è pronto ad alimentarsi con cibi veri. Si pensava che fosse più vantaggioso, dal punto di vista nutrizionale, rispetto al latte materno. In realtà si è visto che, se pur vero che una selettività nei bambini di due/tre anni è fisiologica, quello su cui possiamo intervenire è proporre una varietà ampia di cibi sin dall’inizio al lattante che incontra i suoi primi alimenti, ovviamente gestibili da una bocca, un sistema di masticazione e un intestino di un bambino piccolo. È ovvio che autosvezzamento non significa il bambino con il coscio di pollo a sei mesi, ma lavorare nella scala dei grigi che sta nel mezzo. Sul mondo dell’alimentazione c’è un forte cambio di paradigma negli ultimi anni, basato su ricerche scientifiche».

Diventare genitori è una sfida. Affrontare le malattie dei propri figli ancora di più.
«L’istinto di protezione verso il neonato è fisiologico. Quando diventi genitore smetti di essere responsabile della tua vita e inizi ad essere responsabile della vita di un esserino che, nel primo anno di vita, senza il tuo intervento, rischia seriamente di morire. Quindi questa ansia è più che giustificata. È corretta ed è sana. Però poi succede che molti genitori vedono nella figura del pediatra o di altri specialisti una figura a cui demandare totalmente la propria responsabilità genitoriale decisiva. Quello che si sta facendo negli anni, nonché il motivo principale per cui ho deciso di aprire le mie pagine social, è restituire, nei limiti ovviamente, la comprensione dei processi fisiologici e patologici che motivano un medico, con la sua competenza, a prendere determinate decisioni. Se un genitore è consapevole, il livello di ansia si abbassa. Suggerisco sempre ai genitori di chiedere le motivazioni per cui è stato scelto un determinato percorso per il figlio e di prendersi la responsabilità di scegliere se questo percorso è appropriato o no. Noi siamo i loro consulenti. Ma, la decisione ultima resta sempre ai genitori. Bisogna riappropriarsi di questo».

Mamme e papà, a che punto siamo con la parità di genere nell’accudimento del bambino?
«Questo è un argomento su cui bisogna lavorare tanto. Faccio una premessa. Dal mio punto di vista non esiste la parità dei sessi nella genitorialità. Devono esistere le pari opportunità e l’equa divisione. La parità dei sessi è irrealizzabile perché la mamma ha delle caratteristiche neurobiologiche nell’accudimento del bambino che il papà non ha. Esempio banale: il neonato che piange. Per la mamma in quel momento si ferma il mondo, diventa tutto nero, c’è solo il bambino e deve, a ogni costo, fermare questa sofferenza. Il papà, invece, riesce a rimanere più distaccato. Se questo derivi dal patriarcato in cui siamo immersi, non so dirlo. Detto ciò, in effetti, qualcosa si sta muovendo, ma serviranno ancora un centinaio di anni per il cambiamento. Questo perché noi donne in questa epoca abbiamo preso consapevolezza, ci siamo un po’ stancate di questo atteggiamento e vorremmo cambiarlo, ma siamo le prime, ancora oggi, senza rendercene conto, a chiedere al papà di prendersi cui di alcuni aspetti della crescita del bambino, a patto che le cose vengano fatte alla nostra maniera.

Noi mamme siamo super brave in questo accudimento perché ci mettono i bambolotti in braccio fin da piccole, facciamo una “scuola da mamma” da sempre e veniamo costantemente immerse in messaggi come “tu sei brava a prenderti cura, tu hai il cuore per prenderti cura, tu lo custodirai nel tuo grembo, tu lo allatterai”. Queste sono convinzioni che arrivano dall’esterno. L’uomo cresce con fucili, macchinine, pistole e gli viene ancora, ad oggi, raccontato che “la mamma è, la mamma fa”. Quindi il cambiamento deve partire da noi mamme nell’educazione dei figli maschi. Sono progressista, femminista, lavoro con tante donne, ma una parte della colpa ce la dobbiamo prendere. Dobbiamo essere più flessibili. Un papà difficilmente ti leverebbe dalle mani il bambino e ti direbbe “ci penso io”, questo ti minerebbe molto in quanto donna. Noi, invece, lo facciamo continuamente».

Divulgare la medicina pediatrica. Cosa significa?
«Significa fornire ai genitori la possibilità di informarsi e aggiornarsi sempre di più attraverso fonti autorevoli. Così facendo, se in una notte di panico in cui mio figlio ha 40 di febbre apro Google e vado a cercare cosa potrebbe avere, non trovo una persona qualunque a rispondere che mi fa venire in mente che il mio bambino possa avere la meningite, ma apro la pagina di un professionista medico che mi spiega esattamente quei sintomi a cosa potrebbero essere associati e che ha una capacità comunicativa che, purtroppo, non appartiene a tutti. Spero che negli anni, quello che tanti stanno facendo personalmente, come corsi di comunicazione di neurolinguistica, possano diventare la norma. L’obiettivo è avere una fonte autorevole accessibile da tutti h24 e gratuitamente».

E i social media che ruolo giocano?
«L’importanza dell’utilizzo dei social media è crescente ogni minuto di più. Ho iniziato con la pandemia. Avevo già un bacino importante di pazienti e mi rendevo conto che, in quel periodo, erano soli. L’accesso agli studi medici era sempre più contingentato, quindi il bambino non veniva visto. Inoltre, esisteva solo il covid in quella fase, quando, invece, c’erano tanti altri aspetti da trattare sia patologici che della crescita in salute del bambino. Molti pazienti mi scrivevano e le domande erano ricorrenti, così ho pensato “perché non condividerle con tutti?”. La crescita a quel punto è stata esponenziale. Nel corso dei mesi si è standardizzata una comunicazione di alta qualità, basata su ricerche scientifiche, su reference ben precise. Per fortuna sempre più il mondo accademico si sta accorgendo dell’importanza che i social hanno nel mondo della divulgazione. Il modello del vecchio professore in cattedra non è più la figura adatta a comunicare, manca l’empatia che, invece, è la chiave dei social media».

In questi anni di divulgazione sui social, cosa può dire di aver imparato dal suo pubblico?
«Ho imparato ad essere molto più accogliente, mi sono resa conto che quando dico una parola conta mille e che utilizzare una parola piuttosto che un’altra cambia molto. Ho imparato, in generale, a prestare molta più attenzione alla comunicazione. Ho imparato a non colpevolizzare i genitori, cosa che, senza rendercene, conto spesso facciamo. Invece, il nostro ruolo è spiegare le cose importanti a cui fare attenzione, non giudicare chi non le applica. E poi, più banalmente, ho imparato ad essere molto meno permeabile alle critiche che ti accenderebbero nella vita privata, ma sui social no, lasci cadere».

“Rinascere mamma”. Quale approccio ha seguito nella stesura di questo libro e qual era il suo obiettivo?
«È nato dal fatto che, quando sono diventata mamma, mi sono accorta che, nonostante le conoscenze mediche, il mio cervello era partito verso mondi sconosciuti di dubbi, paure e angosce incredibili. Mi sono messa nei panni di una mamma che, a differenza mia, queste conoscenze non le aveva. E così ho deciso di condividerle con lei, dal momento del parto, a cui si arriva molto impreparati, fino ai primi mesi, passando anche per il rapporto di coppia, quelle crisi in cui sia la coppia che il bambino ti sembrano non funzionare. L’obiettivo è accompagnare le donne in questa prima fase, bella ma brutta allo stesso tempo. Una serie di piccole tips da mamma a mamma, un colloquio molto intimo, in cui racconto fatti che sono accaduti anche a me».



Valentina Paolucci, conosciuta sui social media come @ladottoressadeibambini, è medico pediatra, oltre che mamma di due bimbe. La sua mission è stare dalla parte dei bambini e accrescere costantemente le sue competenze per metterle al servizio delle loro famiglie. Il suo motto è “te lo spiego con un reel”. Utilizza un approccio basato sulla medicina integrata che sfrutta le conoscenze delle medicina omeopatica e allopatica. Sostiene la genitorialità ad alto contatto, il babywearing e l’allattamento al seno. Negli anni ha sviluppato competenze in vari ambiti come la nutrizione vegana e vegetariana, oltre che quella onnivora, la genetica e la neurologia.

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Aggiornato il 03/12/2024

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