Biologicamente

Gaya Spolverato: «Sono mamma e chirurga, non rinunciate mai al vostro futuro»

di Redazione

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«Per andare in sala operatoria bisogna stare bene e la discriminazione, gli scherni, l’ironia non sono cose che fanno stare bene le persone». A parlare è Gaya Spolverato, chirurga oncologa, ricercatrice, docente, ma soprattutto, donna. La sua carriera e la sua vita privata corrono su binari paralleli seguendo un’organizzazione che lei definisce “longitudinale”, binari che, però, raccontano perfettamente chi è. La sua passione per la medicina è accompagnata dalla costante lotta per il raggiungimento della parità di genere all’interno di un ambiente ancora fortemente ostile alle donne, un ambiente che costringe molte a compiere una scelta e a rinunciare, o alla propria carriera o alla propria vita. Una lunga esperienza negli Stati Uniti le ha fatto capire quanto ancora ci sia da fare qui in Italia sul tema: «Forse io non vedrò il cambiamento, però sono sicura che lotterò tanto perché questo avvenga e per rendere l’ambiente della medicina più favorevole alle donne».

Chirurga oncologa, docente, co-fondatrice di un’associazione, moglie, mamma: qual è il suo segreto?
«Credo che sia una questione di organizzazione longitudinale: durante la settimana ci sono giorni di sala operatoria, giorni dedicati alla ricerca e all’attività didattica e poi, quando non sono reperibile, cioè solitamente nel weekend, cerco di dedicarmi alla famiglia. La vera difficoltà che incontro è la sera, però devo dire che è tutta una questione di dinamiche, di evoluzioni».


Cosa vuol dire essere donna nel mondo della medicina? Ha notato se il trend della discriminazione si è in qualche modo invertito nel corso degli anni o le sembra che la strada da fare in tal senso sia ancora lunga e tortuosa?
«C’è sempre un maggiore interesse per questi temi. Circa due anni fa si sono create una serie di attività che fanno diventare la chirurgia, ambiente prettamente maschile per tradizione, basti pensare a come viene raccontata nelle fiction, un mondo, invece, nel quale girano molte donne. Oltre il 60% degli specializzandi in chirurgia è donna oggi. Questo però, purtroppo, non si traduce in un adeguamento dell’ambiente, ancora fortemente ostile, molto goliardico, nel quale una donna che va in maternità grava sui colleghi e dove la leadership è totalmente maschile, motivo per cui diventa molto difficile modificare la struttura intera».


Lei è stata vittima di un qualche tipo di discriminazione sul lavoro? Se sì, come l’ha affrontata?
«Sono una persona profondamente ostinata, quindi rispondevo all’ironia e agli scherni, anche essendo una semplice specializzanda. Non ho mai subito episodi gravi di discriminazione, ma ne sento davvero tanti. Ho conosciuto tantissime persone che per questo motivo sono arrivate a cambiare lavoro. Soltanto un 8% di quel 60% di specializzande di cui parlavo prima riesce a diventare un chirurgo.


Ci sono diversi fattori che portano alla rinuncia, non ultimo quello della maternità. La chirurgia non favorisce la maternità, rientrare a lavoro dopo essere diventate madri è molto difficile. E poi, tralasciando l’aspetto emotivo, c’è anche un discorso socio-economico. Ho vissuto negli Stati Uniti e lì, con lo stipendio che prende, una donna chirurgo può mandare tre figli alla scuola privata, senza problemi. Con lo stipendio che prende qui è impossibile, finisce tutto in babysitter. E allora, ad un certo punto, molte pensano “ma a me chi me lo fa fare?”.


Dico sempre che per andare in sala operatoria bisogna stare bene e la discriminazione, gli scherni, l’ironia non sono cose che fanno stare bene le persone. La chirurgia è un ambiente profondamente stressante a tutti i livelli, quindi non essere tranquilli, come spesso capita ad alcune specializzande che subiscono commenti, battute, rende l’ambiente e il lavoro molto difficile».


A proposito di maternità, lei è mamma: cosa vuole consigliare alle giovani donne che, per paura di perdere il lavoro, rinunciano a diventarlo?
«Entro in ospedale alle 7.45 e non esco prima delle 20.30: riesco a fare tutto soltanto grazie a mia madre, è insostituibile nella mia vita, si prende cura di mio figlio. Per chi non ha la mia stessa fortuna, diventa praticamente impossibile fare un figlio. Alle donne consiglio di andare avanti, il sistema un po’ alla volta si adatterà. Tutto il lavoro che stiamo facendo su questi temi fa sì che si stia andando sempre più verso un nuovo modello, che è quello del nord Europa. Non è necessario diventare uomini o comportarsi da uomini per fare le chirurghe, lo si può fare anche in maniera del tutto personale».


Lei è co-fondatrice dell’associazione Women in Surgery Italia. Ci racconti di cosa si tratta e qual è la vostra mission.
«Women in Surgery Italia è figlia mia e della dottoressa Isabella Frigerio. È una realtà che ci siamo inventate nel 2015 quando, durante un’operazione, ci siamo accorte che in sala operatoria l’unico uomo era il paziente. Lì abbiamo capito che qualcosa stava cambiando e così, con non poche ostilità, abbiamo creato questa associazione che vuole riunione le chirurghe italiane. Ad oggi abbiamo un bel numero di associate, un sacco di ragazze giovani che collaborano attivamente. Il nostro obiettivo era sensibilizzare, unire, creare una realtà in cui le donne potessero confrontarsi. Diamo una serie di supporti, come borse di studio, a persone meritevoli, abbiamo organizzato dei corsi e siamo un organo che interagisce con le istituzioni, che ha un ruolo nel ministero, dove portiamo la voce delle donne».


Svolge anche attività di ricerca. Vuole raccontare ai nostri lettori di cosa si occupa?
«Gran parte di quello che ho fatto quando ero negli Stati Uniti è stato occuparmi della caratterizzazione del colangiocarcinoma intraepatico, un nuovo tipo di tumore del fegato, che fino a una decina di anni fa non era neanche catalogato come un tumore a se stante. In particolare, abbiamo spiegato il ruolo su di esso di una chirurgia radicale, la cosiddetta linfoadenectomia. Un’altra parte del mio lavoro è stata definire la prognosi di pazienti con cancro dello stomaco, valutando anche l’adeguato trattamento chirurgico. Ho studiato tanto anche le metastasi epatiche, i sarcomi del retroperitoneo.


In questo periodo sto lavorando a due grandi progetti: uno riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e del machine learning per supportare le scelte cliniche relative al paziente e implementare dei modelli che ci permettano di fare una previsione più accurata; e l’altro è relativo al benessere lavorativo e alle disuguaglianze nel lavoro chirurgico. È ancora tutto in divenire, ho solo dati preliminari venuti fuori da una survey fatta a donne specializzande in chirurgia che mostra come effettivamente c’è molto poco supporto alla genitorialità, ci sono molti episodi di discriminazioni, quasi un’8% riferisce di aver subito un qualche tipo di molestia, ma c’è anche un dato positivo: circa l’80% delle intervistate, se tornasse indietro, continuerebbe a fare questo mestiere».


Ha vissuto per un periodo negli Stati Uniti. Quanto pensa sia importante che i giovani svolgano un’esperienza all’estero? E come mai ha deciso di tornare?
«È fondamentale, un’esperienza life changing che ti permette di conoscere una nuova realtà e, soprattutto per le donne, di aumentare la propria autostima. Per me è stato così. Sono tornata per un maledetto senso di restituzione, vengo da un piccolo paese del padovano e sono molto legata alle mie radici, volevo fare qualcosa di importante per il mio territorio. So di aver lasciato tanto, ma so anche di avere tanto ora. Voglio che mio figlio si istruisca qui, perché il sistema educativo italiano è ancora vincente, e poi gli consiglierò di andare fuori. Deve assolutamente farlo».


A che punto sono negli Stati Uniti con il tema della discriminazione delle donne sul posto di lavoro?
«Loro sono sempre stati un Paese di forti discriminazioni, basti pensare a quelle razziali, ma questo li ha in parte sensibilizzati, quindi sulle discriminazioni di genere si stanno evolvendo molto più rapidamente di noi, sono molto più attenti, non esistono scherni, non esiste ironia o doppi sensi, non c’è niente che non sia frutto di un’indagine interna. Questo aiuta. Poi hanno anche loro ancora problemi di leadership tutta al maschile».




Gaya Spolverato è una chirurga oncologa, nata e cresciuta ad Albignasego (PD). Si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova nel 2010 e specializzata in Chirurgia Generale presso l’Università di Verona nel 2017. È stata studentessa al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York nel 2010, Ricercatrice in Chirurgia Oncologica alla Johns Hopkins di Baltimora dal 2013 al 2015 e Fellow in Chirurgia Oncologica al Memorial Sloan Kettering Cancer Center dal 2017 al 2018. 

Nel 2018 è tornata in Italia come Ricercatrice all’Università degli Studi di Padova e come Dirigente Medico dell’Azienda Ospedale Università di Padova. È docente di Chirurgia e autrice di oltre dieci libri. Dal 2021 è consigliera dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Padova e Presidentessa, nonchè co-fondatrice, di Women In Surgery Italia. 

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