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Empatia, qual è il ruolo della memoria emotiva?

di Redazione

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03/01/2025

Un gruppo di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), coordinato da Francesco Papaleo, ha individuato un meccanismo cerebrale fondamentale che regola l’empatia, sia nel mondo animale che nell’essere umano. Lo studio, pubblicato su Nature Neuroscience, getta luce sulle basi neurobiologiche di questa capacità cognitiva, aprendo nuove prospettive per comprendere e trattare disturbi psichiatrici come il disturbo post-traumatico da stress (PTSD), l’autismo e la schizofrenia.

È noto che l’empatia umana può essere influenzata profondamente dalle esperienze emotive passate. Studi di psicologia evidenziano come persone che hanno vissuto situazioni stressanti possano reagire in modi opposti davanti alla sofferenza altrui: alcuni sviluppano una maggiore sensibilità e capacità di supporto, mentre altri si chiudono in se stessi, evitando ogni coinvolgimento emotivo.

La ricerca condotta dal team di Papaleo ha dimostrato che un fenomeno analogo si verifica anche negli animali. Le reazioni empatiche di un individuo verso un altro, in uno stato emotivo alterato, dipendono dall’aver vissuto esperienze negative simili. In altre parole, la memoria emozionale gioca un ruolo chiave nel determinare il comportamento sociale, dimostrando una notevole specificità.

Grazie a tecniche avanzate di studio del cervello, i ricercatori dell’IIT hanno identificato la corteccia prefrontale come area cruciale per modulare le risposte empatiche. Un gruppo specifico di neuroni, produttori del fattore di rilascio della corticotropina (CRF), sembra essere determinante. Questa molecola, già nota per il suo ruolo nella risposta allo stress, agisce come una “memoria emotiva”, influenzando il modo in cui gli individui rispondono agli stimoli socio-emozionali successivi.

Secondo Francesco Papaleo, “comprendere il funzionamento di questi meccanismi può aiutarci a chiarire le ragioni per cui alcune persone reagiscono a esperienze traumatiche isolandosi, mentre altre si sentono spinte a sostenere chi vive situazioni simili. Questo potrebbe essere un passo importante per la comprensione di molte condizioni psichiatriche”.

Federica Maltese, prima autrice dello studio e attualmente ricercatrice presso il CNR di Milano, sottolinea l’importanza clinica della scoperta: “Identificare i meccanismi cerebrali che modulano l’empatia potrebbe aprire la strada a nuove terapie mirate. Intervenire su questi processi potrebbe migliorare le risposte emotive alterate che si osservano in patologie come l’autismo, il PTSD e la schizofrenia”.

La capacità di modulare l’empatia attraverso esperienze passate non è solo una caratteristica umana, ma rappresenta un fenomeno evolutivo presente anche nel mondo animale. Questo sottolinea il valore adattativo di risposte empatiche specifiche che contribuiscono alla sopravvivenza e alla coesione sociale. La ricerca dell’IIT apre nuove prospettive nel campo della neuropsichiatria, fornendo strumenti preziosi per comprendere meglio il complesso rapporto tra emozioni, memoria e comportamento sociale.

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Aggiornato il 01/24/2025

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