Medicina

«Divulgare per scardinare lo stigma della salute mentale». Intervista alla psicoterapeuta Teresa Capparelli

di Redazione

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Parlare di salute mentale sta diventando, nell’ottica comune, qualcosa di cui non avere vergogna. I social media, in questo, hanno dato e stanno dando una forte spinta. Molti personaggi noti e non, soprattutto giovani, si sentono liberi di condividere la propria storia con un vasto pubblico con l’obiettivo di spiegare che va bene parlare di salute mentale, va bene prendersi cura della propria mente, va bene andare dallo psicologo. In questo c’è da dire che le nuove generazioni stanno facendo il grosso del lavoro, eliminando la parola vergogna dal loro vocabolario in fatto di salute mentale e facendo in modo che la loro esperienza possa influenzare positivamente altri.

Ne abbiamo parlato con Teresa Capparelli, psicologa-psicoterapeuta ad indirizzo gestaltico integrato, divulgatrice e formatrice. La Dottoressa conta un pubblico di oltre 27mila follower su Instagram e 97mila follower su TikTok. Possiede, inoltre, un podcast dal titolo “Pianetaterri”. Ci ha parlato del suo approccio terapeutico, della divulgazione in fatto di psicologia, del ruolo dei social media e del suo libro in uscita.

Quando nasce la sua passione per la psicoterapia?
«Il mio viaggio verso la psicologia ha avuto inizio all’età di 13 anni con la lettura dei primi testi sulla disciplina. Al tempo mia madre studiava sociologia. Le tenevo compagnia tra i banchi dell’università quando era in procinto di sostenere la sua tesi in psicologia dello sviluppo, con quella che, anni più tardi, sarebbe stata anche una mia docente. Credo, tuttavia, che la convinzione di dedicarmi alla clinica sia sorta definitivamente durante le mie esperienze di tirocinio presso le strutture pubbliche. È stato in dipartimento di salute mentale che, davanti a tanta sofferenza, ho capito non potevo rimanere indifferente. Occuparmi degli altri, oltre ad essere terapeutico per chi incontravo, lo era per me». 

Lei è una psicoterapeuta ad indirizzo gestaltico integrato. Può spiegarci quali sono i principi e le caratteristiche fondamentali della Gestalt?
«La psicoterapia della Gestalt trae le mosse dalla psicologia gestaltica, pur essendo un approccio nato più tardi, attraverso il contributo di Fritz Perls. Si tratta di un approccio fondato sul riconoscimento dei bisogni del paziente nel qui e ora. Si basa sulla convinzione che la consapevolezza di ciò che sta accadendo nel momento presente sia essenziale per promuovere la crescita e il cambiamento personale. L’attenzione è posta sull’integrazione delle diverse parti della persona. Il terapeuta lavora con il paziente per aiutarlo a diventare consapevole dei modelli ripetitivi e dei blocchi che ostacolano il suo benessere.

L’obiettivo è aiutare il paziente a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, a prendere responsabilità delle proprie scelte e a creare nuovi modi di agire e di relazionarsi con gli altri. Per questo motivo si dice che in gestalt si va dal riconoscimento dei propri bisogni, al loro soddisfacimento. Essendo un approccio dinamico, di matrice umanistica, è spesso utilizzato per trattare l’ansia, la depressione, i disturbi del comportamento alimentare, i problemi di relazione e lo stress».

Una delle parole chiave di questo tipo di approccio è la creatività. Come si traduce nelle sue sedute?
«La prima cosa che mi sovviene quando si parla di creatività in gestalt è la libertà di paziente e terapeuta di potersi esprimere in modo libero e con ogni mezzo disponibile, compreso il corpo. La gestalt fa utilizzo di tecniche espressive, strumenti volti a facilitare l’esplorazione di pensieri, emozioni, sentimenti e sensazioni fisiche che la persona, solitamente, fatica ad esternare. 

Possono essere utilizzate la drammatizzazione, ossia la rappresentazione di situazioni, dialoghi e conflitti mediante il gioco di ruolo o l’utilizzo di oggetti simbolici, la tecnica della sedia vuota, il lavoro con il corpo, il dialogo interno, o ancora mezzi artistici come la pittura, la scrittura o il disegno. Qualsiasi strumento che favorisca l’espressione del mondo emotivo del paziente, nel rispetto tra le parti, può essere contemplato. E la cosa entusiasmante è che si tratta di un’esperienza in divenire, della quale, prima dell’incontro tra le parti, non si è mai consapevoli». 

Divulgare la psicologia. Cosa significa?
«Per me, in poche parole, vuol dire rendere la psicologia accessibile a tutti, senza per questo banalizzarla. Attenzione, però: esistono delle comprensibili differenze nel tono della divulgazione sui social e della divulgazione scientifica in genere. Certo è che anche la divulgazione online ha fornito un contributo importante. Quando studiavo psicologia c’erano ancora molti pregiudizi sulla disciplina. Credo che la divulgazione odierna, pur con tutte le sue criticità, abbia permesso di scardinare, almeno in parte, alcuni degli stereotipi sul ruolo dello psicologo, nonché lo stigma sulla salute mentale. La psicoterapia, ad oggi, è stata sdoganata. Le nuove generazioni hanno avuto un ruolo determinante in tal senso». 

E i social media che ruolo hanno giocato e giocano nello sviluppo della sua figura professionale?
«I social media sono stati uno strumento di promozione fondamentale, ma durante le consulenze di orientamento professionale tengo sempre a rimandare che non sono stati l’unico canale da me adoperato. È un lavoro, questo, nel quale fare rete sul territorio, soprattutto agli esordi della propria attività, è fondamentale. Bisogna bussare alla porta di altri professionisti, proporsi, organizzare eventi, workshop, seminari. L’incontro tra umani resta sempre il canale preferenziale, sebbene, anche quello “online” si configuri come tale. Diciamo che sono modi di fare rete differenti. L’uno non esclude l’altro. Sono entrambi fondamentali a far decollare la propria attività».

In questi anni di divulgazione sui social, cosa può dire di aver imparato dal suo pubblico?
«Ho imparato che non importa quanto gli altri credano nel nostro progetto, ma quanto noi crediamo in esso. Che i social sono uno strumento prezioso, ma dietro di essi vi sono sempre delle persone che li abitano: questo non dobbiamo dimenticarlo. Dalla mia community, invece, ho appreso che il sostegno delle persone può portare dove non avremmo mai immaginato e che tutti, a prescindere dal ruolo intrapreso, navighiamo sulla stessa, sofferta e imprevedibile barca che è la vita». 

Il suo primo libro uscirà con Giunti Psicologia. Cosa può anticiparci?
«Parlerà dei principali temi che causano sofferenza nelle persone, come appurato in questi anni di lavoro. Ma anche della forza dirompente della parola e di come possa farsi strumento di cura nell’incontro tra esseri umani. Il lancio è previsto per l’anno in corso». 



salute mentale

Teresa Capparelli è una psicoterapeuta ad indirizzo gestaltico integrato. Si è laureata all’Università degli studi di Napoli Federico II, con una ricerca sul tema della vergogna negli uomini e nelle donne e studiando il tema della violenza di genere. Ha fatto esperienza clinica presso strutture pubbliche e private, approfondendo il disagio mentale in ogni sua forma. Si è specializzata presso l’Istituto SIPGI (NA). Si occupa periodicamente di formazione e ha effettuato diverse pubblicazioni. Ad oggi nella pratica clinica si occupa di diagnosi, prevenzione del disagio psicologico, psicoterapia individuale e di gruppo, con particolare attenzione ai disturbi dell’umore, disturbi di personalità, disturbi d’ansia. Dal 2018 divulga la psicologia sulle principali piattaforme digitali al fine di rendere la disciplina accessibile a tutti.

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Aggiornato il 03/26/2024

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