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Svelati i segreti dell’invecchiamento intestinale

di Redazione

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08/01/2026

Due studi appena pubblicati sulle prestigiose riviste Nature Aging e Nature Cell Biology, frutto della collaborazione tra l’Università di Torino e il Leibniz Institute on Aging – Fritz Lipmann Institute (FLI) di Jena, offrono per la prima volta una visione dettagliata dei meccanismi che guidano l’invecchiamento dell’intestino e propongono strategie concrete per contrastarlo. Le ricerche rivelano come cambiamenti epigenetici e proteomici nelle cellule staminali intestinali possano favorire il rischio di tumore del colon e ridurre la capacità rigenerativa tipica dell’età avanzata, suggerendo interventi potenzialmente efficaci per prevenirli o invertirli.

Con l’avanzare degli anni, l’intestino, uno dei tessuti più dinamici del corpo umano, perde progressivamente efficienza, diventando più vulnerabile a infiammazioni, infezioni e tumori. Il gruppo guidato dal Prof. Francesco Neri, che ha condotto studi sull’invecchiamento prima al FLI e poi all’Università di Torino, ha realizzato due ricerche complementari che spiegano come questo processo avvenga e come possa essere modulato.

Il primo studio descrive una forma specifica di invecchiamento epigenetico delle cellule staminali intestinali, definita ACCA drift (Aging-and Colon Cancer-Associated drift). Con l’età, le cellule accumulano ipermetilazioni del DNA che silenziano geni chiave, in particolare quelli coinvolti nella via di segnalazione WNT, fondamentale per mantenere l’equilibrio del tessuto. Questo fenomeno crea un “mosaico” di cripte intestinali giovani e cripte molto invecchiate, che col tempo si espandono e assumono caratteristiche simili a quelle osservate nelle lesioni tumorali del colon.

I ricercatori hanno identificato tre fattori principali alla base di questa deriva: alterazioni nel metabolismo del ferro, che riducono l’attività degli enzimi TET deputati alla rimozione delle metilazioni in eccesso; infiammazione cronica di basso grado tipica dell’invecchiamento e indebolimento del segnale WNT. Esperimenti su organoidi intestinali hanno dimostrato che ripristinare l’importazione di ferro o potenziare la via WNT può rallentare o perfino invertire la deriva epigenetica, aprendo la strada a possibili strategie preventive contro l’invecchiamento intestinale e il tumore del colon.

Il secondo studio si concentra sulla capacità rigenerativa dell’intestino. Nei modelli animali più anziani, il tessuto mostra una riparazione compromessa a causa di alterazioni nella proteostasi, il sistema che garantisce il corretto funzionamento delle proteine cellulari. I ricercatori hanno osservato che, dopo un danno, gli intestini anziani attivano con ritardo la produzione di poliammine – piccole molecole come spermidina e putrescina, fondamentali per la crescita cellulare e la proteostasi. Interventi mirati, come brevi periodi di restrizione calorica seguiti da rialimentazione o integrazione orale di poliammine, hanno permesso di ripristinare la capacità rigenerativa dell’epitelio. Questi risultati indicano che il tessuto anziano conserva un potenziale di autoguarigione, che può essere stimolato con approcci mirati.

In sintesi, entrambe le ricerche convergono su un messaggio chiave: l’invecchiamento dell’intestino non è un processo inevitabile, ma può essere modulato. Comprendere come ferro, infiammazione, via WNT e poliammine interagiscono apre nuove prospettive per prevenire o rallentare l’invecchiamento intestinale, ridurre il rischio di tumore del colon legato all’età e migliorare la guarigione dopo chemioterapia, infezioni o interventi chirurgici negli anziani. Questi approcci potrebbero inoltre essere estesi ad altri tessuti soggetti a invecchiamento, come pelle o fegato.

“La pubblicazione su due riviste di alto livello rappresenta un riconoscimento dello straordinario lavoro del team e una spinta verso l’applicazione pratica dei risultati delle scoperte”, commenta Massimo Segre, presidente della Fondazione Ricerca Molinette, che ha finanziato i progetti. “Questi studi dimostrano come la ricerca d’eccellenza possa tradursi in benefici concreti per la comunità”.

I risultati derivano da anni di collaborazione scientifica tra l’Università di Torino e il FLI di Jena, grazie a un accordo internazionale di ricerca che dura da cinque anni, e sono stati possibili anche grazie al supporto della Fondazione AIRC – Grandi Donatori e della Fondazione Ricerca Molinette. Secondo il Prof. Emilio Hirsch, direttore scientifico della Fondazione e del Centro di Biotecnologie Molecolari di Torino, questi studi confermano come selezionare progetti di alto livello possa portare a impatti concreti sulla qualità della vita degli anziani.

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Aggiornato il 12/15/2025

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