La Gen Z vede il mondo come un posto sempre più pericoloso, molto più di quanto suggeriscano i dati reali sulla sicurezza. È il quadro che emerge da una nuova ricerca presentata al 2025 Society for Risk Analysis Conference da Gabriel Rubin, docente di Justice Studies alla Montclair State University. Lo studio, avviato nel 2022 e basato su 104 interviste approfondite a giovani del Nord-Est degli Stati Uniti, traccia un’evoluzione netta nelle percezioni del rischio da parte dei nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.
Le prime interviste raccolte da Rubin due anni fa restituivano un’immagine meno cupa. Pur affrontando temi delicati come le sparatorie di massa e gli effetti dei social media sulla salute mentale, molti giovani lasciavano trasparire una certa fiducia nel cambiamento. Oggi, invece, il clima sembra completamente mutato. La maggior parte degli intervistati della Gen Z dichiara di vedere il mondo come un luogo spaventoso e vive questo timore in modo personale e quotidiano. Secondo Rubin, le conversazioni si sono fatte «più negative, ciniche e impaurite», con un aumento dei timori legati alla perdita di diritti civili, al crimine, alle discriminazioni, alla violenza nelle scuole e alle tensioni politiche.
La ricerca individua tre meccanismi principali che hanno contribuito a trasformare la percezione della realtà . Il primo riguarda il contesto di partenza: la pandemia, con il suo isolamento forzato e la costante paura delle sparatorie hanno radicato un senso di insicurezza profonda. Il secondo elemento è il crescente cinismo che attraversa la Gen Z, accompagnato dall’idea di non poter davvero incidere sui processi politici e sociali. Quando si ha la sensazione di non avere alcun controllo sugli eventi, tutto appare più minaccioso. Il terzo riguarda lo sguardo verso il futuro, spesso carico di pessimismo, soprattutto rispetto a questioni globali come la crisi climatica che non sembrano offrire soluzioni rapide.
A rendere ancora più complesso questo scenario c’è la tendenza, tipica della Gen Z, a percepire il rischio in modo binario: le situazioni appaiono o completamente sicure o totalmente pericolose, senza sfumature intermedie. Rubin sintetizza questo approccio osservando che molti giovani «percepiscono rischio ovunque si girino». Le preoccupazioni che emergono con maggiore frequenza riguardano le sparatorie scolastiche e la diffusione delle armi, la gestione dei dati personali da parte dei social media, la tenuta dei diritti civili e dell’immigrazione, la crescente polarizzazione politica, la salute mentale e la percezione di insicurezza urbana, cui si aggiungono le preoccupazioni economiche che alimentano ulteriore sfiducia.
Tra le giovani donne, l’impatto di questa visione si rivela ancora più accentuato. Quasi tutte descrivono i propri diritti, in particolare quelli riproduttivi, come minacciati o in regressione. Questa percezione, già emersa in studi precedenti, continua a contribuire a un aumento di ansia, depressione e ideazione suicidaria tra ragazze e giovani donne.
Il dato forse più sorprendente riguarda il divario tra percezione e realtà . Sebbene statisticamente gli ultimi anni siano stati tra i più sicuri della storia, la Gen Z continua a sentirsi esposta a un rischio crescente. Rubin sottolinea come il senso di sicurezza non sia necessariamente legato alle minacce reali, ma a percezioni profonde e interiorizzate.
Alla luce di questi risultati, lo studioso suggerisce che istituzioni, università , forze dell’ordine e aziende debbano riflettere non solo su come migliorare la sicurezza oggettiva, ma anche su come aiutare la Gen Z a sentirsi realmente più protetti, coinvolti e capaci di incidere sulla realtà che li circonda. Restituire agency, ascolto e fiducia potrebbe essere la chiave per ridurre la distanza tra ciò che i giovani percepiscono e ciò che effettivamente accade, e per aiutarli a guardare al futuro con meno paura.
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Perché la Gen Z percepisce il mondo come un luogo sempre più spaventoso?
di Redazione
3 minuti
01/01/2026
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Aggiornato il 01/20/2026