Articoli

Non esistono esseri umani in salute in un ecosistema malato

di Redazione

2 minuti

25/07/2025

La crisi ambientale in corso, caratterizzata da cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, inquinamento e crescente diseguaglianza sociale, non è solo una minaccia per l’ecosistema, ma lo è anche per il nostro corpo, la nostra salute e perfino la nostra evoluzione. A dirlo è un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, che in un recente articolo pubblicato su BioScience propone una prospettiva radicalmente nuova per analizzare le malattie non trasmissibili: quella dell’epidemiologia evoluzionistica.

Lo studio, dal titolo “Evolutionary Epidemiology: A Look Ahead at Human Non-Communicable Diseases through a Niche Construction Approach”, invita ad affrontare le sfide sanitarie del presente e del futuro con gli strumenti della teoria evolutiva. Il punto centrale? L’essere umano non è solo un organismo che si adatta al suo ambiente, ma anche un agente che modifica attivamente il proprio habitat, una capacità nota come costruzione della nicchia (Niche Construction Theory, NCT). Tuttavia, le alterazioni ambientali che oggi sembrano vantaggiose potrebbero rivelarsi dannose nel lungo termine.

«Viviamo in una nicchia industrializzata, un ambiente costruito a nostra misura, che ci ha permesso di ridurre la mortalità, aumentare l’aspettativa di vita e migliorare il comfort materiale», spiega Sofia Belardinelli, prima autrice dello studio. «Ma questo stesso ambiente sta diventando maladattativo: favorisce uno stile di vita sedentario, ci espone a inquinanti, altera i ritmi circadiani e contribuisce allo sviluppo di malattie croniche».

Utilizzando la lente della biologia evolutiva, i ricercatori mostrano come i cambiamenti socio-ambientali indotti dalle attività umane stiano generando nuove pressioni selettive, capaci di influenzare la salute umana a diversi livelli: molecolare, individuale e collettivo, nel breve e nel lungo periodo. In altre parole, stiamo plasmando un mondo a cui il nostro corpo non è più adattato.

Il quadro proposto dallo studio si inserisce nella scia della teoria delle transizioni epidemiologiche sviluppata da Abdel Omran negli anni Settanta. Dopo la fase delle grandi pestilenze e quella delle malattie cronico-degenerative legate allo sviluppo industriale, potremmo essere entrati in una quarta fase, segnata da instabilità sanitaria crescente. Le minacce? Nuove pandemie, malattie legate alla distruzione degli ecosistemi, stress termici e nutrizionali, e disordini mentali connessi all’urbanizzazione estrema.

«Guardare alla salute con uno sguardo evolutivo significa anche riconoscere che l’eredità ecologica che trasmettiamo alle prossime generazioni sarà diversa da quella che abbiamo ricevuto», aggiunge il filosofo della biologia Telmo Pievani, coautore dello studio. «Se continuiamo a deteriorare gli ambienti naturali, rischiamo di porre le basi per una trappola evolutiva: un mondo ostile in cui la nostra capacità di adattamento potrebbe non bastare più».

I ricercatori propongono, quindi, un cambio di paradigma: integrare l’evoluzione biologica negli studi epidemiologici e nelle politiche sanitarie. Significa progettare ambienti più sani e resilienti, riconoscere i legami tra degrado ambientale e malattie, e sviluppare strategie di prevenzione che considerino non solo il presente, ma anche il futuro evolutivo della nostra specie. La salute umana non può più essere pensata come separata da quella del pianeta. La scienza lo conferma sempre più chiaramente.

Riproduzione Riservata © 2024 Scitizenship

Aggiornato il 07/25/2025

Articoli correlati