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Microonde e microplastiche: quali sono i rischi?

di Redazione

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Un numero crescente di studi ha di recente sollevato preoccupazioni sulla diffusione delle nano e microplastiche e sui rischi che queste comportano per l’ambiente e la salute umana. Contaminando acqua, suolo e aria ed entrando nella catena alimentare, le microplastiche possono causare effetti tossici, come danni cellulari e infiammazioni. La comprensione delle loro fonti e dei meccanismi di formazione è ancora limitata, rendendo difficile il tracciamento e la quantificazione del loro rilascio e assorbimento. Uno degli ostacoli principali è la mancanza di metodi affidabili per studi quantitativi, che potrebbe portare a sottostimare l’entità del rilascio e i rischi associati.

Un nuovo studio coordinato dall’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca e condotto presso EOS, un’azienda fondata nel 2014 che sviluppa una tecnologia per la caratterizzazione ottica delle polveri ideata nei laboratori di Fisica dell’Università Statale di Milano, chiamata “SPES” (Single Particle Extinction and Scattering), si concentra sul rilascio di particelle e descrive un metodo ottico per analizzare il rilascio di plastiche submicrometriche in acqua da contenitori di polipropilene certificati per uso alimentare. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Particles and Particle Systems Characterization.

Attività banali come portare il pranzo in ufficio nella schiscetta e riscaldarlo al microonde in modo inappropriato possono contribuire al rilascio di microplastiche nell’ambiente. EOS ha deciso di verificare se i contenitori alimentari in plastica riscaldati al microonde rilasciassero effettivamente e in quali quantità micro e nanoplastiche, utilizzando la tecnologia SPES che ha evidenziato la formazione sistematica di nano e micro-sfere di plastica durante il riscaldamento di acqua pura, un esperimento controllato volto a simulare quanto avviene durante il riscaldamento del cibo.

Secondo Marco Pallavera, Direttore Ricerca&Sviluppo presso EOS, creatore del protocollo di misurazione impiegato nello studio e primo autore dell’articolo, SPES rappresenta un approccio innovativo che consente la classificazione accurata e dettagliata delle nano e micro particelle. “Lo studio, iniziato quasi per curiosità, ha subito mostrato l’adeguatezza del nostro metodo a costruire un protocollo solido e affidabile per il problema in studio”, spiega Tiziano Sanvito, co-fondatore e amministratore di EOS.

“I dati presi da EOS hanno mostrato subito una forte solidità, fondamentale per approcciare un problema delicato come questo”aggiunge Marco Potenza, docente di Ottica del Dipartimento di Fisica dell’Università Statale di Milano, inventore della tecnica utilizzata nello studio e commercializzata da EOS, oltre che responsabile del Laboratorio di Strumentazione Ottica e Direttore del Centro di Eccellenza CIMAINA (Centro Interdipartimentale Materiali e Interfacce Nanostrutturati).

Dopo diversi controlli incrociati sulle procedure sperimentali, i ricercatori hanno concluso che, in effetti, riscaldando acqua pura nei contenitori alimentari si liberano nano e microsfere composte del materiale di cui è costituito il contenitore stesso: il polipropilene, un materiale biocompatibile che ha la caratteristica di fondere tra i 90 e i 110 gradi. Portando l’acqua a ebollizione, quindi, una piccola parte di polipropilene si fonde per poi solidificare nuovamente in acqua. Lo stesso processo, d’altra parte, che si utilizza per produrre industrialmente nanosfere di materiali polimerici, utilizzate in molti settori industriali dalla cosmetica allo sviluppo di materiali innovativi. Il rilascio è trascurabile quando la temperatura dell’acqua è mantenuta entro le specifiche del produttore, ma aumenta significativamente oltre queste condizioni.

I risultati sono stati analizzati e studiati in dettaglio anche da Llorenç Cremonesi e Claudio Artoni del laboratorio EuroCold, presso il Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Università Milano-Bicocca e corredati di immagini al microscopio elettronico prese da Andrea Falqui, docente del Dipartimento di Fisica dell’Università Statale di Milano.

Sanvito sottolinea: “È interessante notare che diversi produttori specificano di non portare i contenitori oltre i 90 °C, oppure di non riscaldarli per troppo tempo nel microonde, oppure ancora di non usare l’apparecchio alla massima potenza. Quindi, seguendo queste indicazioni, l’effetto non si verifica”. “Viceversa, le nano e micro-particelle prodotte andranno a contribuire alla dispersione di plastica in ambiente che caratterizza il mondo moderno”, conclude Potenza.

Nell’utilizzo del microonde, che solitamente dispone di varie impostazioni di potenza espresse in watt, quale sarebbe l’equivalente di 90°C? L’associazione tra gradi centigradi e potenza in watt non è diretta nell’ambito dei forni a microonde e richiede di considerare diversi fattori, come la potenza del microonde, la natura e quantità del cibo da riscaldare, e la durata del riscaldamento.

La potenza del microonde, misurata in watt (W), determina l’energia fornita e influenza la velocità di riscaldamento del cibo tramite l’eccitazione delle molecole d’acqua, generando calore. La temperatura raggiunta dipende dalla potenza e dal tempo di esposizione. Non esiste una formula diretta per convertire watt in gradi centigradi, ma stimare la temperatura è possibile considerando potenza e tempo. Solitamente, per esempio, riscaldare cibi solidi per 2 minuti a 800W o 1000W porta a temperature tra i 50°C e i 70°C. Rispettare le istruzioni del produttore e usare contenitori adatti è essenziale per evitare il rilascio di sostanze nocive e rischi per la salute.

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Aggiornato il 05/24/2024

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