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Il cervello riconosce i volti creati dall’IA anche quando noi non ci riusciamo

di Redazione

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24/07/2026

I volti generati dall’intelligenza artificiale sono ormai così realistici da ingannare facilmente la nostra percezione cosciente. Ma il cervello, a un livello più profondo, continua a distinguerli da quelli reali. È quanto emerge da una ricerca dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, che rivela una sorprendente dissociazione tra ciò che crediamo di vedere e il modo in cui il nostro sistema nervoso elabora realmente le informazioni.

Lo studio, condotto presso il Laboratorio di elettrofisiologia cognitiva del Dipartimento di Psicologia e firmato dalla professoressa Alice Mado Proverbio e dalla ricercatrice Mariia Dosaikina, mostra che i moderni sistemi di intelligenza artificiale sono riusciti a superare la cosiddetta “uncanny valley”, la “valle perturbante” che tradizionalmente rendeva inquietanti i volti artificiali. Tuttavia, sebbene la mente cosciente non riesca più a cogliere la differenza, il cervello continua a elaborare questi volti in modo distinto.

Per verificare quanto fossimo davvero capaci di distinguere un volto reale da uno sintetico, i ricercatori hanno coinvolto trenta partecipanti in un esperimento durante il quale sono state mostrate 440 immagini, metà di persone reali e metà generate dall’intelligenza artificiale. Ai volontari è stato chiesto di giudicare i volti valutandone autenticità, familiarità e attrattiva, mentre la loro attività cerebrale veniva registrata attraverso un sistema di elettroencefalografia ad alta densità con 128 elettrodi.

I risultati sono stati sorprendenti. I partecipanti hanno identificato correttamente i volti artificiali soltanto nel 33% dei casi, una percentuale addirittura inferiore a quella che si otterrebbe scegliendo casualmente tra due opzioni, pari al 50%. In altre parole, non solo le immagini generate dall’intelligenza artificiale risultavano indistinguibili da quelle autentiche, ma venivano spesso considerate ancora più credibili.

L’aspetto forse più interessante riguarda però le preferenze espresse dai partecipanti. I volti creati artificialmente venivano giudicati più attraenti, più familiari e più affidabili rispetto ai volti di persone reali. Secondo gli autori, questo fenomeno dipende dal modo in cui gli algoritmi generativi costruiscono le immagini. Le moderne reti neurali, come le Generative Adversarial Networks (GAN), tendono, infatti, a produrre volti che rappresentano una sorta di “media ideale” delle caratteristiche umane: lineamenti armoniosi, simmetrici e privi di imperfezioni. Il risultato è un volto estremamente prototipico che il nostro sistema percettivo interpreta come familiare, anche se appartiene a una persona inesistente.

La risposta del cervello racconta però una storia diversa. Analizzando i segnali elettrici registrati durante l’esperimento, i ricercatori hanno osservato che i volti sintetici attivano circuiti neurali differenti rispetto a quelli reali. In particolare, risultano coinvolte con maggiore intensità le aree ventro-temporali, parietali, limbiche e frontali mediali, regioni cerebrali associate al riconoscimento dei volti, alla memoria, all’elaborazione delle emozioni e all’attribuzione di intenzioni agli altri individui.

Questa risposta neurale dimostra che il cervello continua a riconoscere la natura artificiale di queste immagini, anche quando la persona non ne è consapevole. Esiste, quindi, una netta separazione tra il giudizio cosciente e i processi neurali inconsci che guidano la percezione.

Lo studio offre anche una nuova interpretazione del fenomeno della “uncanny valley”, formulato negli anni Settanta dal robotico giapponese Masahiro Mori. Secondo questa teoria, più un volto artificiale assomiglia a quello umano, maggiore è il disagio che provoca, almeno fino a raggiungere un livello quasi perfetto di realismo. Le moderne tecnologie di generazione delle immagini sembrano però aver superato questa soglia: i partecipanti non hanno mostrato alcuna sensazione di inquietudine e, anzi, hanno preferito sistematicamente i volti sintetici. Secondo i ricercatori, questo non significa che la “valle perturbante” sia scomparsa. Piuttosto, si è spostata a un livello più profondo dell’elaborazione cerebrale. La tipica risposta di diffidenza non emerge più nei giudizi coscienti, ma resta visibile nell’attività neurale registrata durante l’esperimento.

La scoperta ha implicazioni che vanno ben oltre le neuroscienze. I volti artificiali sono ormai utilizzati sempre più spesso nei social media, nella pubblicità, nei videogiochi e nella comunicazione digitale. Se vengono percepiti come più affidabili e familiari delle persone reali, potrebbero influenzare profondamente i nostri meccanismi di fiducia. Secondo gli autori, questa rappresenta una nuova vulnerabilità cognitiva. La nostra mente tende, infatti, ad attribuire maggiore credibilità a ciò che appare familiare. Un volto sintetico costruito per massimizzare questa sensazione potrebbe quindi risultare particolarmente efficace nel persuadere, manipolare o diffondere disinformazione.

La ricerca apre così un nuovo fronte nello studio dei deepfake e dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Finora l’attenzione si era concentrata soprattutto sulla capacità delle persone di riconoscere immagini false. Questo lavoro mostra, invece, che il problema è più complesso. Anche quando il cervello distingue inconsciamente un volto artificiale, questa informazione non raggiunge necessariamente la consapevolezza, lasciando spazio a giudizi e decisioni influenzati da meccanismi automatici di familiarità e fiducia.

Comprendere come il cervello reagisce a questi nuovi stimoli sarà fondamentale per sviluppare strumenti di sicurezza digitale, strategie di alfabetizzazione all’intelligenza artificiale e sistemi capaci di contrastare l’impatto dei contenuti sintetici sulla comunicazione e sulle relazioni sociali. In un’epoca in cui i confini tra reale e artificiale diventano sempre più sfumati, la neuroscienza offre un contributo prezioso per capire non solo ciò che vediamo, ma anche come il nostro cervello costruisce la fiducia.

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Aggiornato il 08/26/2026

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