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Educare per fermare la violenza giovanile

di Redazione

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30/01/2026

Educare alla nonviolenza è una strategia concreta di prevenzione sociale. Oggi, in occasione della Giornata scolastica della Nonviolenza e della Pace, appare più urgente che mai di fronte all’aumento della violenza minorile in Italia.

I numeri raccontano una realtà preoccupante. Nel 2024 oltre 14.000 minori sono stati segnalati all’Autorità giudiziaria per nuovi reati, con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno il cyberbullismo ha raggiunto il livello più alto mai registrato. Quasi uno studente su tre ha dichiarato di aver agito violenza nel contesto digitale. Dati che, secondo la pedagogista e formatrice Giovanna Giacomini, non possono essere letti come episodi isolati, ma come il sintomo di un disagio più profondo.

«Questi dati impongono una riflessione urgente», afferma Giovanna Giacomini. «Investire in percorsi educativi basati su valori etici, inclusione sociale ed educazione emotiva non è solo un diritto: è la prima e più potente misura di prevenzione per costruire un futuro più sicuro e offrire ai giovani reali opportunità di cittadinanza attiva».

Secondo l’esperta, il periodo post-pandemico ha rappresentato un punto di svolta. Le restrizioni prolungate, la riduzione delle relazioni significative e l’assenza di un reale piano di recupero sociale hanno amplificato fragilità già presenti. «Dopo il Covid non c’è stato un adeguato miglioramento delle condizioni sociali per bambini e adolescenti. Mancano spazi di socializzazione, percorsi strutturati per recuperare competenze relazionali e uno stile di vita equilibrato. La società, nel suo insieme, non ha saputo intercettare i bisogni di questa fascia d’età».

Al centro dell’escalation di violenza c’è una crisi delle competenze socio-affettive. Molti ragazzi faticano a riconoscere e gestire le proprie emozioni e, soprattutto, a sviluppare empatia. «Appaiono anestetizzati», osserva Giacomini. «Spesso non riescono a mettersi nei panni dell’altro né a immaginare le conseguenze delle proprie azioni. Vivono schiacciati in un ‘qui e ora’ governato dall’impulso».

In questo contesto il gruppo gioca un ruolo cruciale. L’azione collettiva favorisce la deresponsabilizzazione individuale e abbassa le inibizioni. Quando il gruppo è povero di strumenti emotivi, la ricerca di appartenenza può trasformarsi in una spirale di comportamenti aggressivi guidati da leadership negative. Ciò che accomuna questi gruppi è la ricerca di emozioni forti, spesso per colmare un vuoto esistenziale profondo. «La violenza e il rischio vengono vissuti come un gioco», spiega la pedagogista. «È un cortocircuito mentale: l’atto aggressivo produce adrenalina e viene percepito come divertente, con una leggerezza disarmante».

Le vittime sono spesso i soggetti più vulnerabili: ragazzi con disabilità, fragilità psichiche o difficoltà relazionali. La violenza, sempre più spesso, viene anche filmata e diffusa online, trasformandosi in un contenuto da consumare rapidamente. «È l’aspetto più allarmante», sottolinea Giacomini, «perché normalizza l’abuso e lo svuota del suo significato umano».

Ma perché questi segnali non vengono colti in tempo? Secondo l’analisi, il disagio giovanile si sviluppa in un vuoto educativo che attraversa famiglie, scuola e comunità. Da un lato c’è un uso massiccio e non mediato delle tecnologie digitali; dall’altro la progressiva scomparsa di reti sociali territoriali capaci di intercettare i bisogni dei più giovani. «Stiamo affidando alla tecnologia una funzione educativa che non può avere», avverte Giacomini. «Senza la mediazione di un adulto, i ragazzi sono esposti a modelli disfunzionali».

Anche l’approccio genitoriale, spesso oscillante tra iper-protezione iniziale e abbandono successivo, contribuisce a creare un vuoto che viene colmato dal web o dal gruppo dei pari. I comportamenti violenti, però, non sono mai improvvisi. «Sono sempre preceduti da segnali», ricorda l’esperta. Isolamento, aggressività, cambiamenti bruschi, violenza sugli animali sono tutti indicatori che richiedono interventi tempestivi e competenti, non risposte punitive improvvisate.

In questo scenario, la scuola assume un ruolo centrale. «Non può limitarsi alla trasmissione di contenuti. È una palestra di vita e deve mettere il benessere psicofisico degli studenti prima di tutto». Educazione emotiva, gestione dei conflitti, cooperazione e cittadinanza attiva non dovrebbero essere elementi accessori, ma parte integrante dell’esperienza scolastica. E nei casi di disagio grave, fermarsi, sospendere il programma e lavorare sulle dinamiche relazionali dovrebbe essere considerato un atto educativo necessario, non una perdita di tempo.

Contrastare la violenza giovanile richiede un investimento collettivo. Servono risorse, formazione qualificata, reti territoriali e una reale alleanza tra scuola, famiglia e istituzioni. «È eticamente inaccettabile preoccuparsi solo dei ragazzi che hanno già un solido supporto. La priorità deve andare a chi è più fragile. Perché educare oggi non significa solo istruire. Significa costruire il futuro di tutti».

Pedagogista Giovanna Giacomini

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Aggiornato il 02/02/2026

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