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Dopamina, qual è il suo effetto sulla nostra memoria?

di Redazione

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23/04/2025

La dopamina è un neurotrasmettitore essenziale che gioca un ruolo fondamentale in molte funzioni del nostro cervello, tra cui la memoria, il movimento e l’umore.

Una recente ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Communications, coordinata dall’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc) e condotta congiuntamente con l’Istituto di genetica e biofisica del Cnr (Igb), con l’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) e con i Dipartimenti di farmacia, di biologia e di studi umanistici dell’Università Federico II di Napoli, ha studiato come i farmaci dopaminergici possano migliorare la memoria a breve termine. Tuttavia, i risultati dipendono molto dalla dose del farmaco e da come questo agisce nel cervello.

Ma cosa sono i farmaci dopaminergici? Sono medicinali che agiscono sul sistema dopaminergico, cioè sul sistema che utilizza la dopamina per trasmettere segnali al cervello. Questi farmaci vengono utilizzati per trattare diverse condizioni, come il Morbo di Parkinson e la schizofrenia, ma recenti studi hanno mostrato che potrebbero anche migliorare la memoria di lavoro. Si tratta di quella parte della memoria che usiamo per mantenere e manipolare le informazioni per brevi periodi di tempo. È utile, ad esempio, quando dobbiamo ricordare una lista della spesa o una sequenza di numeri per qualche secondo.

“Il nostro studio ha rivelato che una dose bassa dei farmaci dopaminergici può espandere la memoria oltre il suo limite normale, agendo su una regione sottocorticale: lo striato. Tuttavia, se si alza la dose dello stesso farmaco, si ottiene l’effetto opposto: la memoria peggiora”, spiega Elvira De Leonibus del Cnr-Ibbc e del Tigem.

Questo avviene perché all’aumentare della dose, il farmaco attiva lo stesso sistema di segnalazione in un’altra regione del cervello, la corteccia prefrontale, che svolge una funzione superiore in termini di controllo, e l’attivazione della corteccia prefrontale ‘spegne’ lo striato, causando un deficit di memoria.

Un’altra delle principali scoperte di questo studio è che l’efficacia di un farmaco dipende dai circuiti cerebrali che attiva, non solo dalla zona specifica su cui agisce. In altre parole, le diverse aree del cervello sono collegate e lavorano insieme. Pertanto, l’effetto di un farmaco deve essere studiato a livello dei circuiti cerebrali e non solo della regione specifica che viene stimolata.

Queste scoperte sono particolarmente rilevanti per il trattamento di disturbi come la schizofrenia. Infatti, se somministrati a basse dosi, i farmaci dopaminergici possono anche correggere i deficit di memoria in modelli animali di schizofrenia. Questo suggerisce che per trattare efficacemente questi disturbi, non è sufficiente aumentare la dose di farmaco. Anzi.

Un altro aspetto interessante emerso da questa ricerca è l’idea di sviluppare farmaci intelligenti. Potrebbero essere progettati per adattarsi ai circuiti cerebrali in modo mirato, ottimizzando l’efficacia terapeutica e riducendo gli effetti collaterali. L’obiettivo è sviluppare trattamenti personalizzati, in grado di attivare le aree giuste del cervello per migliorare la memoria e altre funzioni cognitive e trasformare, quindi, il trattamento di molte malattie neurologiche e psichiatriche.

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Aggiornato il 04/30/2025

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